Rated: PG13 (non me ne vogliate, ma usando parolacce meglio andarci cauti)
Sommario: “Lontano, lontano, immerso in una nebbia soffice e impenetrabile, si erge e luccica come unico rifugio per chi in quella dimensione ci vive. Sì, forse altri ve ne sono, immersi tra quella coltre di fumo, ma alla fine è la voce che chiama.”
Personaggi: OC - le summons di Munela
Genere: Introspettivo
Warnings: None
Capitoli: 2 (in corso)
Completo: no
Commento: Questa è la prima produzione a più capitoli su cui ho l’obiettivo di conclusione, e soprattutto su cui ho una trama da poter raccontare. Ambientato nel mondo di Alexander, analizza alcuni eventi della storia principale dal punto di vista delle summons di Munela e della vita all’interno della fortezza degli spiriti.


Capitolo 0 - Prologo

Un palazzo forgiato col ghiaccio. Là, costruito in una dimensione in cui gli occhi di Gaya non possono accedere, se non provvisti di una dote che viene consegnata alla nascita. In mezzo a quell’universo custodito da incantesimi e oblio, si erge sfidando un cielo perennemente illuminato da una luce che sembra sole, ma che forse non è. C’è giorno come c’è notte, ci sono stelle e lune, ma se sia frutto di magia o arte della natura, questo non interessa a chi vi abita. I forestieri in effetti, rare volte hanno il dono di attraversare i cancelli e sostare nelle sue sale più di un battito di ciglia. Sarebbero loro gli unici a porre domande sulla natura che avvolge quei luoghi incantati. Ma come chiedere, loro che hanno appena il tempo di accorgersi di tale meraviglia. Anzi, alle volte scorgono a malapena un riflesso azzurro prima di esser costretti a richiudere gli occhi e tornare nel mondo in cui sono nati.
Lontano, lontano, immerso in una nebbia soffice e impenetrabile, si erge e luccica come unico rifugio per chi in quella dimensione ci vive. Sì, forse altri ve ne sono, immersi tra quella coltre di fumo, ma alla fine è la voce che chiama.
Tante cantano in queste lande deserte lambite solo dal vento, ma poi sta a chi le ode decidere dove dirigersi. Il tono, il timbro, l’essenza di chi chiama è quella che attrae nel castello. Anche se il padrone di esso può scorgere questa dimora se non pochi attimi, la sua voce è sempre presente. Aleggia in ogni angolo delle mura, ne riempie ogni punto, e risuona, risuona come melodia. Ed è questa flebile traccia a portare chi viaggia da solo per questi luoghi. Ci si affida a quella sensazione e ci si lascia trasportare da essa fino alla fonte. Forse si incontrerà un altro castello mentre si tenta di raggiungere il posto agognato, forse si potrà cadere in tentazione alla vista di un altro rifugio, più alla mano e vicino. Ma chi crede davvero in ciò che lo guida non cede a tali facili tentazioni e così avanza. E ricomincia quindi il viaggio verso una casa da cui si è divisi dalla nascita.

[continua ->]

Capitolo 1 - Il carillon

Anche se sotto di essi c’era la terra, gli sembrava che gli arti venissero come inghiottiti dalle fauci apparentemente docili di quelle nubi. Li vedeva affondare in quel mare inconsistente di vapore da sempre, ma sembrava non riuscire a scrollarsi di dosso quella sensazione opprimente di prigionia. Ogni volta che muoveva un passo, vedeva i suoi piedi precipitare in quell’ammasso infinito di coltri nebulose, col terrore sempre vivo di non incontrare il suolo e di sprofondare in un vuoto senza ritorno. Aveva perso il conto dei giorni e delle ore in cui aveva vagato. Si era affidato alle stelle di notte, al sole durante il giorno per trovare un appiglio. Le lune si erano susseguite, le stelle avevano cambiato direzione, il sole continuava a tracciare semicerchi sopra di lui, ma la meta non si vedeva. A dire il vero, si ritrovò a pensare, non sapeva neanche dove dovesse andare per trovarla. Si lasciò cadere al’indietro, sentendo ben presto la pressione del suolo sotto il suo corpo, e immediatamente poggiò le mani per sostegno. Inclinò la schiena, e lo stesso fece fare al collo, portandolo all’indietro. In quella posizione, si permise di sospirare profondamente, osservando senza attenzione il cielo stellato sopra di lui. La Luna doveva ancora rinascere, perciò il cielo era tutto loro, delle stelle. Brillavano tranquille, senza la paura che il satellite potesse oscurare la loro bellezza.
Non aveva voglia di sorreggere il suo peso ancora per molto. Passarono pochi secondi che si lasciò cadere senza ulteriori indugi al suolo, col la schiena appiattita contro quel terreno cieco, attorniato da nubi. Un altro sospiro e poi di nuovo silenzio. A volte si chiedeva cosa ci fosse di vivo in quel posto oltre a lui. Le stelle? No, sapeva che qualcuno di simile a lui aveva già calpestato quei luoghi, e si era fatto le stesse identiche domande. Ma chissà quanti anni…secoli lo dividevano dal passaggio di quel qualcuno simile a lui.
< Eccomi...credo di essere arrivato al capolinea > disse, portandosi un mano sulla fronte per togliere quei ciuffi rossi e ribelli che si contrapponevano tra lui e la vista della volta celeste. < Fermate tutto, sono arrivato davvero allo stop > continuò a dire ad alta voce tenendo gli occhi chiusi, immaginandosi un probabile interlocutore con cui dialogare, ma presente solo nei suoi pensieri. Un altro sbuffo e i suoi occhi scarlatti tornarono a posarsi verso l’alto. Incontrarono la forma di carro disegnata dall’Orsa Maggiore, fino ad arrivare alla sua punta estrema, più brillante del resto della costellazione.
< Se sempre lì tu...non ti sei spostata di un centimetro a quanto vedo. La cosa ti diverte vero? Tu....lì ferma, tranquilla e immobile...io qui, disgraziato e senza più orientamento a vagare e a guardarti tutte le sere come uno scemo di cavaliere guarda la sua dama. Mmpf > bloccò il suo scorrere di parole solo per un momento, quasi a soffocare una risata non felice < che cazzate sto dicendo ultimamente...sono proprio fuso > portò la sinistra dietro la nuca, mentre l’altro braccio si distendeva sul fianco. Non si stupì eccessivamente quando sentì sotto i polpastrelli la superficie liscia e un poco polverosa di un sasso. Era molto piccolo, un sassolino davvero. Stava senza sforzo tra l’indice e il medio, lasciando solo un lieve strato di polvere bianca tra le venature delle falangi. Lo alzò al cielo, osservandolo con un occhio attento mentre iniziava a giocherellarci. Le sue dita abituate e allenate con uno schiocco fecero volare verso l’alto il sassolino, preso dopo qualche secondo senza neanche la supervisione degli occhi tra il pollice e l’indice. Non guardò il sassolino neanche quando lo tirò con improvvisa forza verso il Carro Maggiore. Sperava in un angolo della sua mente di riuscire a centrare la stella di punta e beccandola in pieno di farla spegnere. Spegnere quel sorriso beffardo che ella aveva ogni sera quando volgeva il suo sguardo verso il basso e lo vedeva ancora in viaggio, ancora in un cammino senza tappa e senza riposo. Il sasso si elevò fin dove la sua mole fu in grado, e poi di nuovo verso il basso, descrivendo un arco, concludendo con un tonfo la sua perdita nel manto di nuvole che avvolgeva la terra. Ma non era che il primo di una lunga serie. Un altro ancora si posò tra le sue dita, e ancora un altro e ancora un altro. Dapprima con forza lieve, poi in un crescendo che era testo della rabbia accumulata, ormai prossima all’esasperazione. I lanci si fecero più frenetici e con intervalli più brevi. Col passare del tempo sembrava che il missile di terra dovesse finalmente riuscire a scalfire le lande celesti e ferirle, ma era un’illusione data solo agli occhi. Ed era anche questa convinzione a rendere il tutto più patetico e inutile a lui, che nonostante ciò continuava. Già altre sere si era ripromesso di piantarla con questa assurda usanza, ma sembrava che la sua mente avesse solo quella valvola di sfogo ormai. Se lo sentiva, se lo sentiva, era vicino alla pazzia, stava dando le ultime. Fu per grazia divina che finalmente quel carico di frustrazione riuscì a uscire dalla prigione di silenzi e lanci, tramutandosi in parole e infine in suoni lunghi e alti, grida che scuotevano finalmente quella landa muta.
Si alzò in piedi in un attimo, dando a calci a qualunque cosa incontrasse, il sangue che sembrava voler uscire dalla arterie in cui pulsava.
< Fanculo! fanculo...e FANCULO! >
Ecco l’ultima imprecazione per poi lasciarsi appoggiare alle ginocchia, e chinare la schiena in avanti.
< Dannazione! dannazione ....DANNAZIONE DANNAZIONE! Mi sono stufato! Mi avete sentito?! > rivolse il viso in alto, le sue pupille decisamente ristrette cercavano nel buio del cielo qualcuno da poter incolpare, creandoselo con le proprie mani. >
Non va bene.
< Brutti stronzi...>
Non va assolutamente bene.
< Deficienti..cretini...ah...AHHHHHRGH! >
Tutto ad un tratto si accasciò a terra, sfregando le ginocchia contro la terra secca e nuvolosa, curvando allo stesso tempo la schiena, e abbracciando con le mani le spalle. Spinse la fronte al suolo, continuando a rannicchiarsi nella posizione fetale come a voler cercare conforto, e per soffocare quelli che presto sarebbero divenuti singhiozzi.
Da quanto sono così? Da quanto diamine sto camminando?! Troppo, so solo che è troppo. …Idiota. Sono un’idiota. Uno scemo. L’avevano detto loro, l’avevano detto di non cercare. Ma che ci potevo fare?! Restare lì, in quel posto stretto e dimenticato? Restare lì a fare la bella statuina per sempre?! No, assolutamente no. La voce non c’era più, anzi, forse non c’era mai stata. Che senso aveva stare lì? Aspettare qualcuno che non sarebbe mai più arrivato? Aspettare una chiamata senza motivo? No che cazzo, no. Quella non era la mia casa, non avrebbe avuto senso restare già…ma quanto dista allora? Quanto è lontana ancora quella voce Dei?! sono stufo, STUFO DI ASPETTARE!
Strinse con ancora più forza gli occhi, mentre le sue unghie gli graffiavano la pelle.

Era là, seduto sopra un letto dove la polvere aveva preso dimora, una gamba a penzoloni e una appoggiata al bordo. Nonostante i continui sbattimenti, quello strato di polvere non accennava ad andarsene. Si alzava in piccoli fili bianchi per poi ricadere lì dove era sempre stata.
Faceva freddo. Il suo fiato si condensava non appena usciva dalla bocca o dal naso. Quell’aria calda così in evidenza, sembrava fosse già un segnale. La stessa casa, facendogli vedere il suo fiato, voleva fargli capire che era un estraneo. In quella casa i vivi non erano ammessi. Per questo solo a lui si condensava. va via pareva dicesse. Va via, elemento di disturbo. O diventa come me, o vattene via.
< Sei ancora qui? >
Si girò verso la porta aperta, e sulla soglia l’immagine di lei lo guardava.
< Sì, sono ancora qui..ma non preoccuparti, presto non ci sarà la mia presenza che ti rovina il paesaggio > disse, e tornò a volgere gli occhi dall’altra parte, verso la finestra. Un sole stanco si accingeva a innalzarsi, a passi lenti e pesanti, verso lo zenit. Le nubi della terra e del cielo facevano da spettatori, senza agire, osservando la sua fatica quotidiana con indifferenza.
< Non intendevo offenderti > disse, abbassando gli occhi e socchiudendoli.
< Non sono offeso >
< Sì...certo >
Il suo viso pallido incontrava ai lati il raggi del disco solare, rendendolo ancora più spettrale. I capelli di un viola spento scendevano fino alle spalle, posandosi come morti su di esse. Fece un passo, ma nonostante le sue vesti si muovessero, i campanelli ad esso attaccati non trillarono neppure.
< ...hai intenzione di cercare ancora? > chiese.
Lui non rispose, continuando a porgere attenzione solo al paesaggio esterno.
< Sai bene che se lo farai, non potrai più tornare indietro? >
< Lo so benissimo > rispose secco.
Lei chinò ancora una volta il capo, la bocca piegata in una curva rivolta verso il basso.
< Mi dispiace sai...che questa...non sia la tua casa > si distanziò da lui, avvicinandosi allo specchio appeso alla parete, anch’esso vittima della polvere. Formava uno strato grigiastro sulla superficie, puntinato dalla luce del sole. Le ridava solo un’immagine sfuocata di lei, in cui i contorni si mischiavano tra loro. < .... mmpf > si portò la mano al viso per nascondere quella risata improvvisa. < in fondo mi stavo solo illudendo. Lo avevo capito al primo sguardo, che tu non saresti stato bene qui. Questo castello..e i tuoi occhi...sono fatti di una materia diversa. Vi respingete anzichè attrarvi. Non eri destinato a restare. >>> tornò il silenzio dopo la sua affermazione.
Lui si mosse solo quanto gli fu necessario per vedere la sua schiena vestita vestita di bianco avvicinarsi ancora alla specchio, e la mano di lei poggiarsi sul muro di pietre fredde.
< L'avevi già capito? >
< Esatto...esatto sì. >
Silenzio ancora.
< Allora perchè non mi hai allontanato subito? Perchè mi avete accolto qui...nonostante questo? Non è forse contrario alle leggi servire la persona sbagliata? Perchè mi avete accolto qui...se sapevate che non era la mia dimora questa? > si alzò, facendo vibrare le assi di legno che sorreggevano il materasso. Dalla copertura di velluto bluastra si eressero altri fili di polvere, che poi si riposarono ancora sulle lenzuola.
< Sai...credo che anche noi siamo preda dei difetti umani. Forse ti invidiavamo...ti volevamo...come noi. La tua energia che traspare dagli occhi, noi l'abbiamo persa. Non la vedevamo da anni. E quando sei giunto alle nostre porte e hai chiesto se eri giunto a casa...abbiamo visto che eri ciò che noi eravamo. E' stato bello rivedere quella fiamma. Così bello che non volevamo che andasse via di nuovo. Ti volevamo...come un giocattolo credo...o come un libro di immagini legate al passato, da sfogliare. Un pezzo raro. Vedevamo in te ciò che eravamo stati... > il tono adesso era mutato. Era diventato quasi incomprensibile a causa delle lacrime e dei singhiozzi. < Perdonaci. La tua luce...volevamo rubartela...mi dispiace... >
Era un discorso che si aspettava già. Non ebbe dolore nel sentirlo pronunciare, o forse ancora doveva emergere da dove l’aveva rinchiuso. Solo una certezza lo accompagnava adesso: doveva andare via.
I suoi piedi lo portarono però da un’altra parte, di fronte alla sua schiena tremante. In silenzio posò la mano sulla spalla sinistra di lei, la quale quasi ebbe un sussulto.
< Che succede? > domandò lui, stupendosi egli stesso.
Lei prima di rispondere trasformò per la seconda volta i suoi singhiozzi in risate leggere, portando le dita della destra sopra quelle del ragazzo, mentre il volto era ancora intento a fissare la sua immagine riflessa.
< Sei caldo. >
Rimase immobile a sentire il respiro di lui muovergli il petto. Senza neanche vederlo poteva immaginarsi le nuvolette tiepide di vapore uscirgli dalla bocca e svanire poi nell’aria ghiacciata di quel maniero dimenticato. Serrò le palpebre e socchiuse le labbra. Avrebbe desiderato che il tempo, onnipresente anche in quella dimensione, potesse per una volta fermarsi e lasciarle “tempo” per ricordare. Così nel cuore qualcosa sarebbe rimasto di quella fiamma calda che adesso tornava a cercare la sua casa. Forse la ascoltò, o forse no.
La mano lentamente sforzò la presa fredda delle sue dita, chiedendo silenziosamente quello che per molto avevano tolto. Abbandonò la presa su quella mano calda che tornò a essere distante, lasciando dietro di sè solo un tepore che presto si sarebbe disperso.
I rumori dei suoi piedi questa volta erano cari, stavano diventando sempre più lontani. Non si volse a guardarlo, e anche lui fece lo stesso.
Un blocco. Le mani di lui si poggiarono allo stipite della porta, e il viso prima diretto al suolo si alzò. La coppia di occhi rossi come fiamma dicevano di andare. Che finalmente avrebbero potuto andare.
< In ogni caso, grazie. > disse facendo alzare con un improvviso scatto il volto di lei, riflesso sullo specchio polveroso si accorse che la bocca era appena aperta per lo stupore. Veloce lei si girò verso l’uscio, ma lui era già sparito. Alcuni fili violetti caddero sul suo viso pallido quando si girò verso la finestra, avvicinandosi a essa con passo veloce. Poggiò le mani contro il vetro gelido, per vedere attraverso la sua superficie trasparente la sagoma rossa del ragazzo che correva rapida lontano, scavalcando il giardino secco che contornava il castello. Superò il fossato prosciugato e si tuffò in quel mare di nuvole che ne divorò l’immagine, portandola via dai suoi occhi. Sentì qualcosa di bagnato attraversarle la guancia. Svanì subito quando strofinò il dorso della mano sul viso.
…ma cosa si trovò a pensare abbassando lentamente la mano e portandosela davanti agli occhi. La guardò spalancando le palpebre quando si accorse del piacevole colorito rosato che aveva sostituito quello cenere di prima.
< A quanto vedo, se n'è andato > si intromise una voce maschile che la fece girare di scatto dietro. Si era seduto sul letto, facendo poggiare la sua chioma grigia e lucente sulla coperta blu scuro. < Era normale che accadesse prima o poi. Adesso la casa si quieterà. L'elemento di vita è andato via, ora questa ritorna ad essere...il castello dei morti. > Creava un contrasto notevole quella chioma, sia per colore che per viso. Nonostante il colore fosse sintomo di vecchiaia, per la prima volta dopo tanto tempo, lei si accorse di un particolare, sfuggitole in tutti quegli anni.
< Te ne sei reso mai conto? > domandò lei, avendo come unica risposta un’occhiata interrogativa da parte di lui. < Il tuo viso > sussurrò, avvicinando il suo volto a quello dell’uomo < non è mai invecchiato >

Sbattè i pugni a terra leggermente insanguinati per i graffi di prima.
< ANDATE TUTTI A CAGARE MI AVETE SENTITO?! MI AVETE SENTITO?! andate tutti a cagare! > rantolò l’ultima frase prima di stendersi questa volta a pancia in giù. Battè un pugno a terra ma poi si fermò, quasi si rendesse conto dell’inutilità di tutto. Era certo di essere giunto alla conclusione. Fine, the end, caput, termine. Aveva viaggiato, aveva rischiato così tanto…per niente.
Per niente?
Quel canto che sentivo da bambino, quella ninna nanna accompagnata dal trillo di un carillon, era solo una mia fantasia? Era solo finzione quella speranza?! Era la MIA voce dannati, MIA e SOLO MIA! E voi me l’avete tolta con il sonno della morte lo so! mi avete tolto la casa dove tornare, mi avete tolto via la meta bastardi!

Fu l’ultimo pensiero che formulò prima di cadere nel baratro della rabbia, dove i suoi occhi si fecero torce in quella notte buia. Ma prima che potesse scagliare al suolo la sua frustrazione, una tenue melodia riempì e soppresse il rumore del suo fiato. Febbrilmente alzò la testa davanti a sè, gli occhi spalancati e rossi diretti dove quel suono sembrava acquistare spessore. Con non poca difficoltà si eresse e prese a correre. I lacci neri che teneva al collo e ai polsi sventolavano a indicare la foga che dava ai suoi passi, tagliando come coltello quell’aria fattasi improvvisamente meno pesante. Se la ricordava quella canzone. Assomigliava tanto a quella che secoli or sono aveva udito lontano, sottile e quasi impercettibile tra le nubi di quel deserto. Che fosse giunto? Ed ecco in lontananza, ergersi contro quella volta che stava dando il passo al sole, un’ombra che grazie ai raggi del sole vedeva i suoi contorni farsi più nitidi. Alto e sottile sembrava non poggiasse neanche le sue fondamenta sulla terra. Infinite torri erano il contorno di quella più alta sopra cui sventolava una drappo color dell’oro. Acquietò la corsa, restando rapito da tale visione. Come unico sottofondo vi era solo la canzone dolce e limpida che aveva accompagnato la sua infanzia dedita alla sua ricerca. Non si era mai accorto di come fosse bello l’azzurro, di cui quelle mura erano dipinte.
Na na na na na…na na na na…na naaa na na cantava la voce, ma anche se senza parole, lui era certo che se ne avesse avute, esse avrebbero potuto suonare come un : Bentornato a casa, bentornato, bentornato! Bentornato a casa!
Questa volta non si sbagliava. Non era una meta temporanea, non era un castello fasullo o abbandonato. Era a casa. Era finalmente a casa. Si abbandonò al sonno che tanto aveva allontanato in quei giorni. Non riuscì a vincere la tentazione del dormire, nonostante la paura che quello fosse solo un bel sogno. Aprì ancora le palpebre verso l’alto un’ultima volta prima di soccombere alle dolce braccia del sonno. E quel castello era lì, quasi a volerlo tranquillizzare che non sarebbe fuggito ancora una volta da lui.
No, no. Era tornato. Tornato.

Una figura la cui aura celeste avvolgeva il suo stesso corpo osservava la scena dall’alto di una delle torri, tenendo le mani incrociate sul petto e le spalle poggiate sul bordo della finestra.
< Tu guarda...un novellino. > disse con una smorfia di stanchezza sul viso. Sbuffando appena si diede una spintarella in avanti, portandosi poi la lunga chioma celeste e cristallina dietro al collo con un cenno secco del capo. < Ho paura che presto questa oasi di pace sarà più affollata di una città umana...uff mi viene mal di testa solo a pensarci >. disse la donna, portandosi già una mano sulla fronte mentre cominciava a scendere senza voglia gli scalini che l’avrebbero portata al piano terra. < Spero solo che non la sua lingua possa essere tenuta a freno con metodi meno brutali >.

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