Sun 25 Oct, 2009
Rated: PG13
Sommario: “Se è così però, non mi ha fermato. Avrebbe potuto, sapendo cosa avrei fatto, e invece niente. Allora ho capito.”
Personaggi: Sharan
Genere: Introspettivo - Drammatico - What if?
Warnings: None
Capitoli: one shot
Completo: sì
Lista: Melodies of Life (parte A)
Numero: #21. Well, how have it been, baby, livin’ in sin?
Note: futuro alternativo.
Commento: è ispirante, questo personaggio che sto aspettando di poter usare in gioco. Oggi sentivo la musica linkata all’interno dello scritto e ho cominciato a buttarla giù. Una premessa doverosa, qui ho preso in considerazione cosa succederebbe se il personaggio come è attualmente in gioco si dovesse ritrovare nel sè stesso del futuro, in un mondo dove lui e la compagnia hanno perso. Dove lui stesso ha scelto di distruggere il mondo per rifarlo da zero, per tornare indietro e sistemare le cose dal suo punto di vista. In un primo momento Sharan non si rende conto di dove è e perchè è lì, ma successivamente i ricordi convogliano in lui, e a quel punto, farà una scelta.
La prima cosa che vide fu la luce dorata che lo bagnava completamente. Per quei brevi istanti pensò che il mondo intero si fosse tramutato in oro, e che la luce avesse inghiottito ogni cosa. Poi i suoi occhi riuscirono a filtrare il mare di luce, e da esso emerse la sua figura. Braccia e gambe, le mani, la terra arida su cui poggiava i piedi, dei punti di riferimento che osservò come non li avesse avuti sotto gli occhi da anni. Questo perché il suo corpo era ricoperto da placche di metallo splendenti che non ricordava di aver mai visto, né indossato. Spaesato provò a spostare lo sguardo. Ebbe un fremito e arretrò d’istinto quando vide minuscoli alberi stagliarsi sul fondo. Superata la vertigine iniziale, con cautela si avvicinò di nuovo. Aveva visto bene, era su un’altura, e parecchio elevata a giudicare da come vedeva gli alberi sottostanti, piccole macchie verde scuro. Pini probabilmente. Si accorse solo allora del vento che gli agitava i capelli e il mantello, che creava un fruscio alle sue spalle. Alzò gli occhi da terra ed incrociò i raggi del sole basso all’orizzonte, con il suo cielo pitturato di toni di arancio e blu. Era il tramonto quindi?, si chiese stringendo le palpebre attorno alle pupille. La domanda che si pose dopo fu dove si trovasse. Si guardò attorno, cercando qualcosa che potesse dargli un indizio. Dei monti inizialmente, e questi c’erano sia a destra che a sinistra di dove si trovava. Anche se l’altura consisteva in una terreno leggermente inclinato, il resto del luogo era solo montagne. Si stagliavano alle sue spalle, e in fondo poté individuare il sentiero fra le rocce che doveva aver intrapreso per esser arrivato fin là. Osservò le cime con attenzione, ma nessuna di queste fece scattare in lui dei ricordi. Sospirò e tornò ad osservare l’ovest.
Doveva essere al confine di qualche regione, si disse.
Dragonwan? Ci si era spinto di rado in passato, non ricordava bene.
Jarhenge? No, ci sarebbe stata la neve, che invece mancava perfino nelle vette più alte. Ciò che vedeva era solo terra nuda con sporadici gruppi di pini. Più in fondo la terra si incurvava e appiattiva, senza alcuna traccia di centri abitati.
Dov’era?
Un pensiero gli balenò in testa, un’immagine che ricollegava a tempi dell’infanzia. Si voltò di nuovo ed incredulo dovette ammettere che quel luogo gli ricordava un paesaggio familiare. Dalla finestra della sua stanza li aveva visti molte volte, ma si chiese perché ci aveva messo così tanto a rammentare la Spina Dorsale dei Titani. Una certa somiglianza c’era, ma non erano le stesse. Come se una mano gigante le avesse percosse e staccate in parte, mancavano dei pezzi. E i boschi che si estendevano fino alle pendici se non più in alto lungo i lati della catena, che fine avevano fatto? Nè dal territorio lumen né da quello umano vi era stata una così scarsa presenza di vegetazione.
Un soffio di vento più forte gli scivolò sul collo, ma non sentì freddo alla nuca. I suoi capelli l’avevano protetto ma, si rese conto, come? Tastò con una mano, gli coprivano la pelle. Di quanto si erano allungati? Gli arrivavano alle spalle, non era così che li aveva mai avuti. E ora che ci faceva caso il suo stesso corpo gli sembrava diverso. I muscoli delle spalle e delle braccia parevano più sviluppati, come anche le gambe. Di poco, ma avvertiva una certa differenza. E l’armatura. Bianca con rifiniture dorate ai bordi, era molto scarna e semplice. Sul petto c’era una decorazione, un sole tagliato a metà coi raggi che si assottigliavano verso l’esterno, sotto di esso una falce rovesciata con le punte rivolte al basso.
Gli sembrò familiare, ma era certo di non aver mai visto un effige simile, in nessun regno.
Cominciava a dubitare che il viso fosse il suo, in assenza di uno specchio si affidò al tatto. Le dita riconobbero con sollievo quello che gli occhi avevano spesso osservato, pur con lievi differenze. Era come se il tempo fosse passato, l’avesse fatto crescere ancora. La sua parte umana si era presa una rivincita e aveva contato anni in più?
Perché? Lui era-
Durò un secondo, o forse meno, l’immagine di qualcosa che non riuscì a fissare tempo sufficiente per capire chi fosse o cosa avesse di particolare. Accompagnata da una fitta alla testa, gli sembrò una macchia rosa e rossa con un alone nero. Mosse il capo che sentiva pesante e si portò una mano alla fronte. La fece scivolare sugli occhi per massaggiarli, ma ritrasse la mano per un’improvvisa sensazione di bagnato sulle dita guantate. Le guardò, c’erano due macchie scure. Vide cadere una goccia e poi molte altre se ne crearono. Stupito si accorse di star piangendo.
Non capiva, e mentre si domandava che gli stesse accadendo l’immagine riapparve bruciante sulla retina, questa volta più definita. Una ragazza dai capelli neri, umana, vestita di giallo e rosso con del verde e azzurro di sfondo.
Di colpo sentì crescere dentro di sé l’oppressione, un peso al cuore come qualcuno glielo stesse schiacciando. L’equilibrio si fece precario e si ritrovò con un ginocchio a terra e una mano premuta sul petto. Si augurò che fosse passato, respirava boccate d’aria sempre più profonde, ma la sua richiesta non venne ascoltata.
Un altro frammento così reale da sembrargli tangibile, di essere lì, di un uomo in armatura nera che lo prendeva per la gola. Incrociò i suoi occhi scuri come ciò che indossava e poi scomparve.
Chiuse le palpebre con forza quando sentì che il battito del cuore gli provocava dolore e si costrinse a rialzarsi. Un attimo di tregua in cui credé fosse finita, ma arrivò allora tutto insieme.
Gente che correva. Una chioma azzurra. Un fuoco. Delle parole di bambina. Neve. Schiene di persone in guardia davanti a lui, uno di queste che si voltava verso di lui e apriva la bocca. Artigli. Bruciore. Un trono di ghiaccio. Un fascio di luce. Un uomo dai capelli neri che rideva allegro. Una donna coperta di foglie. Una spada. Un abito bianco e delle catene che lambivano le caviglie. Una cascata. Un deserto. Soldati. Colline colme di soldati. Una voce che urlava. Spade che si alzavano. Sangue. Un soldato che lo assaltava. Ancora sangue. Una donna che rideva sprezzante dall’alto di una bestia. Glifi di luce. Grida. Risate senza senno. Un uomo con armatura rossa inginocchiato nei boschi. L’Aurora dei monti. Un ragazzo vestito d’azzurro che piangeva. Delle ali bianche macchiate di rosso. Un fiore viola. Erba. Un luogo scuro con due fasci di luce. Due tombe. Due cadaveri. Delle sfere che cadevano nella polvere. Una colonna di luce verde smeraldo. Una sagoma scura che gli dava le spalle di fronte a questa. Lacrime. Una spada.
Aprì gli occhi ansimando.
Era seduto a terra con la schiena appoggiata ad un costone e fissava le pietre davanti a sé. Trattene un conato e mandò giù la saliva che si era accumulata in bocca. La sentiva acida e aspra mentre faceva scivolare a terra la mano. Questa colpì qualcosa e si accorse che al suo fianco c’era un oggetto diverso da una pietra. Un fodero con dentro un’arma. Una spada a giudicare dalla lunghezza, anche se lo spessore era consistente, superiori a quelli convenzionali. Anche il manico era insolito, bluastro e con inscrizioni azzurre.
C’era una sfera violetta incastonata che saltava all’occhio, con striature bianche che la percorrevano, sottili come fili.
Con movimenti febbrili impugnò l’elsa con la destra mentre la sinistra teneva ferma la custodia e fece scivolare la lama fuori. Era quella che aveva visto come ultima immagine: lucente e perfetta, una spada dalla doppia lama con al centro una scritta in caratteri lumen intagliati e dipinti di zaffiro. C’era una catena accanto alla sfera dell’elsa, in alto, e questa ora giaceva in terra distesa, terminando con un aggancio ad una punta affilata.
<< Idyll. >> Disse, stupendosi di sentire la sua voce più profonda e affaticata di quanto non rammentasse. Stupendosi anche del nome che aveva pronunciato, se un nome era. Che significava? Era certo di saperlo, prima.
Prima quando?
E in quel momento sentì un mormorio provenire dall’altura. Pensò di sognarlo ma si alzò lo stesso, senza rinfoderare la spada. Dei suoni accompagnavano quella voce lieve, si facevano più intensi mano a mano che i passi lo portavano al margine dello strapiombo. Giunto al limite si mise in ascolto.
Un canto trasportato dal vento, o così gli sembrava. Era una lingua non sua, ma nonostante gli fosse sconosciuta sentiva di riuscire a comprendere il significato. Qualcuno un giorno gli aveva domandato se sapesse cosa diceva quella voce; una notte, mentre sedeva in un castello di pietra, specchi e ombre.
<< E' lingua elfica. >> Rispose.
<< La conoscevate? >> Gli chiese l’uomo dai capelli bianchi, vedendo che lui stava in ascolto volgendo il capo in direzione della melodia.
<< Ai tempi no, ma a lei piacque molto quando la sentì al tempio di Lark. Successivamente le dissero cosa significava e lei ci rimase male, mi disse che era triste. >>
By the light, by the light of the sun
Children of the blood
Our enemies are breaking through
Children of the blood
By the light
Failing children of the blood
They are breaking through
O’ children of the blood
By the light of the sun
Failing children of the blood
They are breaking through
O’ children of the blood
By the light of the sun
The sun
[ WoW - Lament of the Highborne - http://www.youtube.com/watch?v=UXhx40DcU6Y ]
Le ginocchia impattarono contro il suolo e la punta della spada sollevò polvere quando sbatté contro di essa, rigandola. La sua mente prese le immagini della memoria che aveva vissuto e le tessé assieme, mostrandogli un arazzo che gli era sconosciuto ma la cui sola vista lo lasciò svuotato. Quella era la sua terra, quella landa desolata era stata casa sua e si chiamava ancora Regno di Altherinn, ma non ne aveva più lo splendore. Esattamente come lui, che aveva tenuto il suo nome perché solo quello gli era rimasto della persona che era prima. Gaia si era spezzata e cantava la sua fine, una delle tante che la attendeva e che lui aveva deciso di essere.
<< Sapete, quando ricordo quel momento mi viene da pensare che lei avesse già intuito come sarebbe andata a finire. >> Si voltò verso l’uomo che sedeva di fronte a lui. Sorrise rivolto alla donna dai lunghi capelli del mare coperti da un velo nero che stava ad ascoltare al suo fianco, che non gli ricambiò il gesto.
Tremava, ma la mano era ferma. Alzò la spada, la impugnò con l’altra mano rimasta libera.
<< Se è così però, non mi ha fermato. Avrebbe potuto, sapendo cosa avrei fatto, e invece niente. Allora ho capito, >>
La rivolse su di sé e l’affondò in gola.
<< che non voleva dare così tanto alla causa, che avevano passato il limite. Non ha avuto il coraggio di dirlo se non alla fine. Forse si arrabbierà quando la rivedrò, dopo tutto questo. >>
Cadde come un sacco mentre il sangue sprizzava dalla ferita. Vide il cielo roteare e la terra sbatté contro di lui.
Abbassò lo sguardo, come un bambino quando gli viene rivolto un rimprovero. Alzò dopo il capo con un sorriso. << Tuttavia sono convinto che non mi sgriderà troppo. Anche lei lo voleva in fondo. Voleva fargliela pagare a tutti, per come le cose erano andate. Perciò, non mi pento di nulla. >>
La luce che l’aveva svegliato andava svanendo, assorbita da una tenebra che gli sembrò un’accogliente coperta di notte. Sorrise sollevato quando si sentì leggero e trasportato via, intanto che il buio inghiottiva la spada e la sferetta di fronte a lui.
***
Azzurro. Il cielo. Delle nuvole.
Sharan si alzò a sedere con un unico movimento secco e veloce.
A quanto visto prima si aggiunse il verde dell’erba agitata appena dal vento, ed il fresco della rugiada che gli bagnava i guanti.
Con un po’ di fatica si raddrizzò in piedi sorreggendosi la testa e intanto dette un occhio attorno a sé. Le Colline di Smeraldo accolsero il suo risveglio con i rumori che provenivano dal sottobosco, attenuati dalla distanza. Fissò quel panorama che gli tornava familiare fino a quando non si intromise una voce.
<< Ti sei svegliato finalmente. >>
Sharan girò la testa a destra. C’era un giovane ragazzo umano coperto da un mantello rosso chiaro che osservava anche lui l’orizzonte. Sembrava fosse stato sempre lì, ma Sharan non l’aveva visto quando si era rimesso in piedi. Notò che aveva una piccola cetra in mano e i ricordi gli tornarono alla mente.
<< Ti vedevo agitato. Hai sognato qualcosa di spiacevole? >>
Superando il rintontimento per quanto stava rammentando e la situazione in cui era, Sharan decise di rispondere prima alla domanda del bardo.
<< Non che io ricordi. >> Gli rispose.
<< Meglio così allora. Forza, c'è parecchia strada da fare. >>
Il ragazzo si avviò lungo la discesa della collina.
<< Per dove? >>
<< Villnore credo...o Liliestadt. Forse già la Spina Dorsale. >> Rispose il bardo alzando il capo verso l’orizzonte. Una folata di vento più intensa attraversò il manto d’erba, senza smuovere però né i capelli né le vesti del giovane. << Sono stati giorni intensi i loro. Hanno dovuto spenderli per questioni improvvise. Noi saremo più veloci, probabilmente. Possiamo raggiungerli prima che passino il confine se ci sbrighiamo. >>
Riprese a camminare, diretto all’inizio dei boschi. Sharan cominciò a muovere qualche passo nella stessa direzione, mettendo una mano sull’elsa della spada che teneva al fianco sinistro. Al tatto gli arrivò una bizzarra sensazione e controllò il punto in cui la sua mano era andata a toccare. L’elsa era dorata, molto spessa come era ovvio per una spada a due mani. L’impugnatura era decorata con piccoli inserti di rubino che nell’insieme disegnavano una sorta di ala stilizzata. Il fodero era nero, con giusto una leggera rifinitura dorata sulla punta. Il pensiero che quella spada non fosse la sua gli attraversò la mente per un istante. Dette la colpa al sonno in cui suo malgrado era stato costretto.
Scrollò il capo e si mise a correre per raggiungere il bardo che intanto proseguiva imperterrito.