Rated: G
Sommario: “Sì, neanche il mondo aveva preservato dei nomi. Per quanto ciò non rientri nel mio ruolo di Pensatore o Storico, certe volte mi viene da pensare che un mondo senza nome sia destinato a sparire presto.”
Personaggi: originali, senza nome
Genere: Introspettivo, Malinconico
Warnings: nessuno
Capitoli: one shot (?)
Note: nessuna
Completo: forse sì, forse no
Commento: Scritta una sera particolarmente mogia, mentre ascoltavo “Divenire” di Ludovico Einaudi. L’idea iniziale era diversa: due persone, una guerriera e l’altra una normale ragazzina, la prima che si chiedeva per quale motivo avesse deciso di raccogliere e proteggere una bambina ingenua e troppo spensierata per un mondo in guerra come il loro, trovata per caso in uno dei suoi viaggi senza meta. Forse l’avrebbe compreso la notte in cui l’avrebbe vista danzare nell’acqua, ma la storia che qui ho scritto è un poco diversa. Probabilmente molto influenzata dal libro di Murakami “Il paese delle meraviglie - La fine del mondo”, soprattutto dal secondo titolo. Ma quella notte sono nati il Guardiano e la Lacrimosa, e voglio loro altrettanto bene.


Perchè facevo la guardia alla ragazza che stava davanti a me? Tra tutte le persone che potevano esistere al mondo, mi è stata affidata lei, una delle creature più bizzarre che una donna abbia partorito. Al di fuori appariva normale, non aveva tratti distintivi che la facessero spiccare in mezzo alla folla. Non aveva occhi di colore diverso l’uno dall’altro, non era alta o bassa, nemmeno aveva i capelli di una stramba tonalità. Tatuaggi, neanche l’ombra. Viso, direi normale. Il naso, la bocca, il colorito della pelle, tutto in lei era banale. In una folla non si sarebbe riusciti a riconoscerla con facilità. Non voglio dire che fosse brutta, tutt’altro. Anzi, se lo fosse stata, sarebbe spiccata tra tanti corpi anonimi. Ma ecco cos’era, anonima. Dire senza nome in realtà nel nostro mondo è come dire che il cielo è azzurro e il sole giallo. Nessuno di noi possiede una cosa simile, un insieme di parole e suoni che potrebbero distinguerci oralmente l’uno dall’altro in modo veloce ed immediato.

C’era un tempo in cui questo era possibile, uno lontano ed indefinito, così passato che nessuno se ne ricorda, nemmeno gli Anziani o i Libri. C’è chi li vende si dice…che se guadagni una cospicua somma puoi compratene uno da chi li custodisce, i Portatori. Vivono in lande remote, vivono nel sottosuolo, in realtà non vivono ma esistono da sempre, c’è chi vocifera che appaiano a chi ha raccolto la somma necessaria, altri a chi se lo merita. Con che criteri mi chiedo…
Favole, belle favole, speranze di un mondo senza nomi. La nostra presenza è data dal nostro aspetto, dal nostro ruolo nella società. Io sono un Guardiano. Il mio compito è appunto proteggere chi mi viene affidato dai piani alti. La mia vita è stata scandita da allenamenti, studio delle tecniche di spada, tiro con l’arco, conoscenza del territorio e dei nemici che avrei potuto incontrare. Ciò ha fatto di me quello che sono. Questo dice agli altri e a me chi sono, quale è il mio scopo nella vita e cosa si aspetta il mondo da me. Nel momento in cui venissi meno ai miei doveri non potrei più venire riconosciuto dalla società che mi ha permesso di avere ciò che mi evita di sparire, un’identità. Sì, senza un nome che definisca il nostro ruolo, noi spariamo da questo mondo. Qualche Scienziato si è chiesto il perchè, ma non sono mai giunti ad una conclusione. Probabilmente perchè trovando la causa il loro motivo di esistere verrebbe meno, non avrebbero più altre cose sopra cui ricercare il perchè. Un suicidio professionale, e quindi se anche qualcuno ha trovato la strada per la soluzione, l’avrà dimenticata, o distrutta.
Poco male, a me interessa ben poco. Io sto bene così come sono, non mi sono mai posto domande aldilà di quelle che mi servono per lavorare. A parte oggi, quando mi hanno affidato questa nuova protetta. Mi bastava sapere il suo ruolo e fin dove l’avrei dovuta scortare, o per quanto. Ho lavorato per anni, decenni. A giudicare dal colore dei miei capelli, oltre alla loro lunghezza, da molto, molto tempo. Credo con molta probabilità, che questo sarà il mio ultimo viaggio. Non mi duole troppo esserne a conoscenza, trovo che sia normale che ogni persona abbia la sua fine, prima o poi. Ho vissuto quanto basta per lasciare ottimi Memoria al Tempio, e con i servigi che ho dato sono speranzoso che mi riservino un bel posto al Giardino. Ci sono andato diverse volte, ad ogni addio di un compagno o una compagna, e da lì ho osservato spesso il panorama. Un bel posto, ho sempre pensato, anche quando del mondo non avevo che visto una minima parte.
Lo vedrò presto, non appena questo viaggio sarà terminato. Anche se nutro i miei dubbi nei suoi riguardi. In tutti questi anni non mi è mai stato detto, al momento della consegna, ciò che mi è stato rivolto quel giorno dal chi di dovere.
“Abbine particolare cura, è una scorta speciale quella che ti viene oggi affidata. Sii prudente, e non lasciarti colpire da lei.”
Non ho mostrato particolare stupore o che, ma da come erano le premesse, credevo mi fosse stato affidato un Reale o un Funzionario di spicco. E’ usanza che l’ultimo viaggio sia diverso dai precedenti, per noi Guardiani. E invece…un’indefinibile essenza mi fluttua davanti, neanche pare certa di camminare ai miei occhi. La sua presenza è debolissima, paragonabile ad uno sbuffo di fumo bianco che si confonde con le nuvole estive se non fosse per la piccola coda attaccata al camino dal quale nasce.
Tutto in lei riflette ciò che le è attorno. Il colore dei suoi capelli cambia col mutare del cielo, il suo corpo si perde fra altri, la sua ombra viene inghiottita da quelle dei passanti. I suoi occhi vagano e non si fermano da nessuna parte, nessuno li nota. Non è neanche un Fantasma, perchè le loro azioni possono influire nel nostro mondo qualche volta. Lei no. Ho dovuto fermarmi più volte il primo giorno per accertarmi di averla ancora a fianco e di non averla persa da qualche parte. Ogni volta lei era accanto a me, eppure io non ero riuscito a vederla se non dopo aver impegnato tempo ed energie.
Prendimi la mano, le ho detto, ma quando l’ha fatto era come tenere fra le dita l’aria. Impalpabile e sfuggente, ho tentato di stabilire un contatto con lei parlandole, ma non è bastato. Ogni sua parola non appena entrava nel mio orecchio subito dopo ne sfuggiva, la mia mente non riusciva a darci peso e la lasciava andare via nel chiacchericcio definito della folla. Mi sforzavo di prestarle attenzione, di focalizzarla solo su di lei. Inutile, sono uscito dalla città con un mal di testa che non credevo di poter mai provare. Di certo, non lo avrei scordato nel rammentare il mio ultimo viaggio. Avrei dimenticato il perchè però, ne ero tristemente certo.
Solo in alcuni fugaci attimi riuscivo a sentirla o vederla, e mi ancoravo a quelli per essere certo di adempire al mio compito. Difficile, ma dovevo farlo, accompagnarla nel posto in cui doveva andare. Era segnato nella mappa, ma non aveva un nome accanto. Il Fiume , la Montagna, il Mare, niente.
Sì, neanche il mondo aveva preservato dei nomi. Per quanto ciò non rientri nel mio ruolo di Pensatore o Storico, certe volte mi viene da pensare che un mondo senza nome sia destinato a sparire presto.
Non mi turba, è il ciclo delle cose. E presto mi unirò ad esso.
Avevamo camminato per tutto il giorno anche oggi, e ora stavamo riposando dentro alla Foresta, una zona che si estendeva per parecchi chilometri. Ero stanco per la lunga marcia, ma improvvisamente non ricordavo da quanto mi ero accertato della presenza della protetta. Mi alzai di scatto e le chiesi se era lì, impegnando il poco di energia che mi restava per ascoltare ogni minimo movimento che avrebbe potuto produrre. Ripetei la domanda più volte, ma ero certo di non aver ricevuto alcuna risposta. Mantenni la calma, ma ero inquieto per la situazione. Il Buio rischiarato appena dallo spicchio di Luna che camminava in Cielo era il teatro della mia ricerca, gli Alberi dormienti gli spettatori del mio errare fra le loro ombre. Non so per quanto camminai, e per un poco fui certo di aver fallito la mia missione. Stavo aspettando di sparire così, mangiato da una striscia nera di ombra, quando sentii un suono. Non uno prodotto da un animale, sentii un pianto. Ne dedussi fosse umano. Per quanto la situazione di tristezza che probabilmente avvolgeva l’essere che stava ora sfogandosi in quel pianto fosse grave, per me si accese una speranza, seppur flebile. Forse quella persona aveva visto, per qualche fugace attimo, la mia protetta. Desiderio difficile da realizzarsi, ma fu questo che mi spinse a raggiungere la fonte del pianto, nessun altro. Curiosità, peità, interesse, erano secondari. La mia vita esisteva in funzione del mio ruolo. Anche se credo per la prima volta, provai una sensazione strana nel mettere la mia esistenza in cima alla mia lista di priorità.
Corsi tra gli alti fusti e i tetti di fronde, fino a quando mi ritrovai all’ingresso di una piccola radura, uno spiazzo non occupato da alberi, bensì da acqua. Un Lago, seppur di modestie dimensioni. Mi fermai sul margine e vidi la mia protetta. L’acqua le arrivava alle ginocchia e mi dava le spalle. Non era troppo lontana da me, perciò decisi di chiamarla per farla voltare nella mia direzione e farle segno di uscire. Ma ricordai solo allora che non sapevo neanche il suo ruolo. Non ci avevo pensato, avevo passato la giornata a cercare di ricordarmi della sua esistenza che a preoccuparmi di sapere il suo ruolo. Cercai di indovinare quale fosse il suo obiettivo, la sua ragione di esistere, ma non mi venne in mente nulla che potesse definirla. Restai a guardarla corroso dal dubbio e l’incertezza, quando lei si girò verso di me.
La sua figura, a metà fra la flebile luce lunare e l’ombra di un albero che si allungava sulla sua schiena, mi apparve per la prima volta definita e reale. Potevo distinguere ogni parte del suo corpo, la sua presenza non spariva nella luce o nel buio, ne veniva esaltata anzi.
Inconsciamente avevo iniziato a muovermi verso di lei. I miei piedi erano affondati nel suolo fangoso del Lago, e ogni mio passo sollevava una nuvola scura di terra che mi nascondeva i piedi alla vista. Il mio mantello fluttuava nell’aria e si inabissava poi nell’acqua attaccandosi alle mie gambe quando le fui finalmente di fronte. Da quella minima distanza, finalmente scorsi i capelli, la pelle, il viso, i suoi occhi e il suo abito in modo chiaro. Era tutta bianca, in ogni sua parte. Perfino le labbra. Tutto in lei appariva sbiadito, scolorito, tendente al bianco.
Tutto tranne due sottili righi luminosi che le scendevano da un angolo degli occhi e le attraversavano il volto interrompendosi quando questi terminava. Ne avevo sentito parlare delle Lacrime, anche se non le avevo mai viste. Rimase a fissarle rapito, fino a che non mi ricordai dell’avvertimento che mi era stato fatto prima dell’inizio della missione. Mi ridestai da quell’incanto, ma una domanda si agitava nella mia testa. Non avrei dovuto farla, non era il mio ruolo di Guardiano chiedere, parlare. Esistevo per proteggere, combattere, agire. Superare i confini del mio scopo mi avrebbe portato allo stesso destino che mi attendeva nel caso non avessi portato a termine il mio compito. Lo sapevo bene, come tutti. Eppure lo feci.
<< Tu chi sei? >>
Firmare la mia fine all’ultimo viaggio, senza averlo portato a termine. La mia perfetta carriera mi sembrò così effimera in quel momento a causa della sua ridicola conclusione.
Lei mi fissò. Aveva un bel viso, e anche dei begli occhi, secondo me.
<< Sono una Lacrimosa. Colei che piange per le persone di questo mondo. >>
Dame bianche che portavano con loro il peso delle emozioni di noi tutti, quelle che non erano necessarie al nostro ruolo, per permetterci di pensare solo ai nostri compiti ed adempirli al meglio, così da vivere più a lungo. Si svuotavano di tutto per riempirsi dei sentimenti di altri perdendo la loro presenza fisica, perdendosi forse in essi, vivendo solo la sensazione che il loro ruolo concedeva.
Pensai che non era paragonabile al panorama del Giardino, ma svanire di fronte a quella presenza non sembrava una condanna. Azzardai un’ultima sfida al Tempo che mi restava ancora.
<< E perchè viaggi, se il tuo posto è nel Tempio fino alla fine della tua esistenza? >>
Mi osservò a lungo, prima di darmi una risposta. Ebbi paura di sparire prima di sentirla.
<< Per cercare un nome e liberarmi così da questa prigione. >>
<< I Portatori non esistono, sono esistenze effimere che non appartengono a questo mondo. >>
Ero certo che sarebbero state le mie ultime parole, e fui felice di riuscire a dirle tutte. Avrei preferito non fossero quelle le ultime però. Che stranezza, per noi non era possibile parlare se non nel necessario, ma ci stavo riuscendo.
<< E' falso. >>
<< Perchè dici questo? >>
<< Perchè ne conobbi uno, tempo fa. Mi promise che quando avrei posseduto una cosa, mi avrebbe offerto un nome in cambio di essa. Per questo ho iniziato il mio viaggio. >>
<< Credi in qualcosa che non è mai esistito, di cui nessuno è certo. >>
<< Qualcosa come te. >>
<< Non comprendo ciò che dici. >>
Sorprendentemente, sorrise. Una Lacrimosa non avrebbe potuto farlo.
<< Sei un Guardiano che ha infranto la Legge del ruolo. Dovresti essere sparito, eppure tu sei ancora qui. >>
Avevo tentato di non prestarci attenzione, sentivo molte delle mie certezze crollare per questo fatto. Mi costrinsi però a capire che il riflesso del mio corpo nell’acqua, la mia figura che continuava a essere presente davanti alla ragazza, il vento che seguitava ad agitare il mio mantello non erano illusioni, ma fatti. Io esistevo ancora.
<< Tu sei la prova che confuta le leggi del mondo, come me. Io sono la Lacrimosa che può sorridere. >>
Mi tese la mano nuda gocciolante d’acqua. Istintivamente le allungai la mia guantata dall’armatura e la racchiusi in essa.
<< Io... >> I miei occhi vedevano la giovane, e nello stesso tempo sembrava che scorgessero tutto ciò che era stata la mia esistenza fino a quel momento. << sono il Guardiano che non è sparito. >>

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