Thu 28 Aug, 2008
Rated: G
Sommario: “Ma nel momento in cui li viveva era convinto che il tempo potesse fermarsi e espandersi in eterno, attorno a sè, attorno alla sua essenza e al suo esistere, perchè era questo ciò che voleva e ambiva più di ogni altra cosa.”
Personaggi: Yin, Nimid
Genere: Generale
Warnings: None
Capitoli: one shot
Completo: sì
Lista: Melodies of Life (parte A)
Numero: #19. This moment is eternity
Personaggi: Yin, Nimid
Commento: Ci ho messo mesi a concluderla, l’avevo lasciata incompleta. Ora che è terminata sono soddisfatta, è venuta meglio di come mi aspettavo, almeno come tematica. Yin e Nimid sono due evocazioni di Munela, qui in forma umana, ma non ho spiegato cosa le ha portate in quello scenario, nè a cosa si riferiscono. Non che questo pesi sulla storia, quando arriverà il tempo ci sarà tutto il dialogo rivelatore, per ora sta bene così come è.
Si tolse uno dei due calzari e posò il piede nudo sull’erba umida. Una sensazione di morbido e fresco lo pervase e lasciò che il suo corpo potesse contemplare quel momento senza che ci fossero parole a interromperlo. Concentrò tutti i suoi pensieri nel semplice stato in cui era, sforzandosi di poter abbracciare ogni singolo aspetto che il suo corpo fosse capace di percepire. I fili d’erba piegati sotto il suo peso, quelli liberi che gli sfioravano la pelle, la terra che gli bagnava la pianta del piede. Non erano che una minima porzione di quanto lo circondava, come il vento che gli scuoteva i capelli e si introfulava tra gli abiti, o il profumo leggero e appena avvertibile della rugiada che si alzava verso il cielo. Aprì gli occhi, rimanendo ad osservare quel blu scuro che si scoloriva lento e inarrestabile per cedere il passo al viola, il quale faceva lo stesso nei confronti di un rosa leggero, quasi impercettibile. E poi anche lei perdeva intensità, mutandosi in un ancora appena accennato bianco. Lì, aldilà delle colline scure che si stagliavano all’orizzonte, il sole si stava svegliando. E le stelle che gli avevano fatto da tetto si ritiravano, trascinando la loro luminosa essenza lontano, come assorbite da quel blu che prima le aveva esibite con tanto orgoglio.
<< Le candele della notte disperdono la loro fiamma davanti al soffio del mattino. >> Sussurrò a sè stesso.
Era un’alba che si prospettava perfetta, senza nuvole a interrompere il flusso tonale che avrebbe condotto ancora una volta la luce sulla terra. Continuava a fissare quello spettacolo che lentamente si muoveva davanti a lui, con il solo intento di poterlo assorbire nei suoi occhi. Avrebbe voluto ubriacarcisi, rompere gli occhi in mille pezzi e lasciare che quello spettacolo potesse cadere dentro sè stesso, affogandolo in un oceano di stelle e raggi, perdere la concezione del sopra e del sotto per volteggiare in quelle acque impalpabili di cielo. Evento che non accadde.
Lui era ancora là, eretto, con un piede scalzo sull’erba bagnata, a sentire solo il vento che lo avvolgeva e ad osservare il risveglio del mondo. Socchiuse le palpebre mentre sentiva il naso cominciare a pizzicargli dall’interno. Inspirò ed enspirò profondamente, facendo in modo che l’aria fluisse addosso alla sua lingua per sentirne il movimento. Quell’umidità e quel sapore, anche essi svanivano un attimo dopo che li aveva provati. Ma nel momento in cui li viveva era convinto che il tempo potesse fermarsi e espandersi in eterno, attorno a sè, attorno alla sua essenza e al suo esistere, perchè era questo ciò che voleva e ambiva più di ogni altra cosa. Quella perfezione gli sfuggiva subito come il soffio che gli usciva dalla bocca, tradendolo sempre nella sua utopica idea di continuità; pur sapendolo, non riusciva a fermarsi e sperava che quel momento, fosse quello definitivo, l’ultimo, il solo, l’unico.
Passi, il cui ritmo conosceva così bene da non poterla confondere. Immaginò la sua lunga chioma volteggiare, toccarle appena le spalle e poi ritornare a dondolare nell’aria. Sapeva ogni suo movimento, conosceva a menadito ogni sussulto del suo corpo e della sua pelle mentre si contraeva e espandeva per respirare.
Non aveva bisogno di voltarsi, la sua immagine era nitida nella mente, non si sarebbe discostata dalla realtà.
<< Che stai facendo? >>
L’uomo si voltò con una mano sul fianco, spostando lo sguardo su una alta e longilinea figura di donna dai capelli argentati che sostava a pochi metri da lui. Una delle sue mani teneva l’elmo rosso ornato d’oro dal quale scendeva un lungo velo trasparente che sfiorava i lunghi fili d’erba, mentre l’altra era distesa lungo il corpo e il braccio toccava appena la custodia di una spada. Tutta la sua armatura era del colore del tramonto più intenso, con ricche rifiniture dorate: risvolti, nastri, non li aveva mai potuti classificare in una singola categoria.
Eppure, per quanto fosse un’opera perfetta, di quell’armatura l’aveva colpito sempre e solo quel velo che scendeva dalla parte posteriore dell’elmo. Non aveva un’utilità in battaglia, e pur di ottima fattura, cozzava con il resto del corredo e con l’indole della donna. Il pensiero di lei era sempre rivolto al valore, alle gesta che avrebbe dovuto compiere e a quanti nemici avrebbe dovuto sconfiggere prima che il sole tramontasse. Mentre quel velo gli ricordava troppo il vestito di una sposa. Davvero troppo diverso il camminare lento di una donna che si avvicinava ad un altare dalle sue usuali corse nel sangue e i cadaveri che cadevano sotto la sua spada. Al posto dell’organo o degli archi l’unica musica che accompagnava il suo avanzare erano le grida di alleati e nemici intervallate da cozzare di spade. E il suo sposo qual’era? Non certo una persona in carne ed ossa. Alla fine, di chi sarebbe stato il volto del suo compagno? Morte, vittoria, onore? Ma lei non sembrava farci caso.
Pensandoci, se avesse voluto le sarebbe bastato un gesto e quell’ornamento sarebbe andato perduto in qualunque momento. Da quando la conosceva non l’aveva mai fatto.
Si domandava anche come facesse dopo ogni lotta a rimanere intatto e a non essere rovinato da fendenti che si abbattevano su di lei, dalle frecce che tagliavano l’aria o dalle magie che le crescevano attorno cercando di trapassarla.
Pensieri come questi, anche loro facevano parte della sua quotidianità.
<< Sto...con un piede scalzo per terra a guardare il paesaggio...e stavo anche in silenzio fino a qualche secondo fa. >> Le rispose ragionandoci su, e rivolgendole infine un sorriso.
<< Sì, questo lo notavo anche da sola, grazie. >> Ribattè lei socchiudendo gli occhi e avvicinandosi all’uomo. Si fermò solo quando fu al suo fianco, ma anzichè guardare verso di lui indirizzò la sua attenzione al panorama che il compagno stava mirando prima. Ritornò il silenzio, rotto solo dal soffuso movimento delle fronde in lontananza.
Lui a un certo punto chiuse le palpebre, riaprendole con gli occhi rivolti alla donna.
<< Eri venuta a chiamarmi? >> le domandò. Lei non rispose subito. Negò con la testa ma non si girò verso di lui.
<< La cerimonia avverrà fra poco è vero, ma se mi avessero anche incaricata di venirti a cercare, non credere che l'avrei fatto. >> Il vento si alzò leggermente, l’uomo tornò a rivolgere lo sguardo davanti a sè. << Per quel poco che abbiamo potuto vivere assieme, posso affermare che se hai scelto di tua spontanea volontà la strada che stai percorrendo, allora non hai motivo di dare le spalle al tuo dovere e abbandonare il tuo presupposto. >>
Lui soffocò una risata, chiudendo gli occhi e rivolgendo il capo verso terra. L’altra parve stupita dalla reazione e si voltò a guardarlo.
<< Cosa di quello che ho appena proferito ti provoca divertimento? >>
<< Quel se, come l'hai pronunciato. >> Rispose lui in fretta ricambiandola.
<< ...non capisco il motivo. >>
<< Lo dicevi a me...o a te? >>
Lei sbattè le palpebre e tornò a mirare il paesaggio senza aprire bocca. Calò il silenzio, ma lui non ne sentiva il peso. La risposta stava arrivando, doveva solo aspettare ancora un poco. Sentì le protezioni poste sulle dita della donna cigolare, aveva aumentato la presa sull’elmo.
<< Sono questi momenti di tranquillità che minano la mia volontà. Tendo a evitarli, per questo quando mi si presentano...mi è un pò difficile affrontarli. >>
<< Sembra che tu stia parlando di orde di nemici che faticano a piegarsi alla tua lama. Mi pare eccessivo. >>
<< No, non lo è. >> Rispose lei scuotendo delicatamente la testa. << Almeno per la mia persona. Stare in silenzio, senza altro rumore che ti circonda se non il tuo stesso respiro...lo trovo spiazzante. >>
<< Per questo eri venuta a cercarmi, non volevi stare da sola? >>
<< ... >>
Lui le rivolse un fugace sguardo con la coda dell’occhio. Aldilà di quel viso tranquillo che fissava l’orizzonte, percepiva quello stesso smarrimento che lui alle volte sentiva salirli su per la schiena. Quando era circondato da orde oscure, quando si inginocchiava a terra per un colpo ricevuto, quando temeva che le forze lo abbandonassero, anche se non poteva guardarsi in volto sapeva cosa passava nei suoi occhi. Quella stessa ansia che ora vedeva riflessa nelle iridi di lei.
<< A me piace il silenzio. Mi aiuta a riflettere. Anche se, chiamarlo silenzio è una mancanza di rispetto verso Sindrel e tutti gli abitanti invisibili alla vista che ci sono accanto adesso. >> Aggiunse ridacchiando con le palpebre abbassate.
Lei lo fissava senza voltarsi, restando immobile.
<< Riflettere non ti turba? >> Gli domandò.
Ecco.
<< Perchè dovrebbe? >>
Lei raccolse quanta aria poteva, sperando di non farlo notare.
<< Perchè i pensieri, i dubbi e le paure rinchiusi nella nostra mente tendono a uscire con troppa facilità nel momento in cui l'unica musica che ci circonda è quella composta da Sindrel. In quella creata da noi, di ferro e acciaio, i pensieri hanno troppa paura di mostrarsi, e restano lontani, non si fanno leggere o sentire. >> Disse.
<< E quest'ultimo caso, ti fa stare meglio? >> Le domandò.
Fece oscillare la sua chioma argentata mentre si voltò verso di lui, guardandolo come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
<< Sì. >> Rispose con innocenza.
Lui ricambiò lo sguardo.
Cosa avrebbe dato per chiederle il motivo. Non sapeva se gliel’avrebbe detto. Si conoscevano da poco, in fondo. Cosa avrebbe potuto spingerla ad aprirsi con lui e a dirgli cosa la attanagliava in quel silenzio che per lui invece era l’unico appiglio per non cadere nelle paure che lo asserragliavano sotto forma di eserciti nemici? La domanda gli morì in gola e non uscì dalle sue labbra. Arricciò imbarazzato le labbra, e poi, vincendo le sue resistenze, le sorrise.
<< Abbiamo davvero...due modi diversi di reagire! Che strano eh? >>
<< Forse è per questo che ci hanno scelto. Rammenti l'insegnamento principale della dea Sindrel? >>
Lui annuì e lei fece altrettanto.
<< Bè, avremo molto tempo per raggiungere l'equilibrio a cui la Dea tiene così tanto. >>
<< Sì...e converrebbe andare adesso. >>
L’uomo incrociò le braccia davanti a sè, annuendo con convinzione.
<< Però prima rimettiti la scarpa. >>
<< ...? Oh oh sì! Me ne stavo dimenticando. >>
Fece quanto gli era stato detto, scostandosi il mantello cremisi che gli copriva una spalla.
Tornò eretto che lei già gli aveva dato le spalle, precedendolo. Stava per seguirla, ma fatti primi passi non potè fare a meno di fermarsi, restando a guardare lei che fece lo stesso quando si accorse di non sentire i suoi passi.
<< Cosa succede? >> Gli chiese, tradendo una leggera impazienza nel tono delle parole.
<< Stai ferma un momento. >> La richiesta le procurò del disappunto ma più ne sentì dopo, quando lui le si avvicinò così tanto che lei riusciva a vedere solo il suo volto a malapena illuminato nei contorni e qualche piccolo spicchio di cielo di contorno. Non si ritrasse, restando immobile e con lo sguardo tornato improvvisamente duro.
<< Sen >>
<< Non chiudere gli occhi. >>
Le parole che disse scivolarono via come lui fece un istante dopo. Accompagnato dal frusciare del suo mantello, la luce intensa del primo sole corse aldilà dell’orizzonte, superò gli alberi, le colline, non trovando nessun ostacolo se non la figura della donna ed investendo i suoi occhi con tutta la potenza concessagli. Per un solo e unico momento tutto ciò che esisteva attorno a lei si perdeva in una veste bianca e intensa, cancellando i contorni e i colori. Era un attimo impossibile da afferrare aldilà di quanto fosse concesso, e sparì subito, riportandola nel mondo che conosceva. Si mise una mano sugli occhi, portando oscurità alle pupille ridotte a due puntini.
<< Hai uno strano senso dell'ilarità Namidar, volevi accecarmi? >> Tolse la mano dal volto e lo guardò con disappunto, anche se la sua visione era intervallata da scie giallo-arancio che andavano svanendo. Lui di rimando, sorrise.
<< Sia mai, Yin. Volevo farti un regalo, altrochè. E chiamami pure Nimid, mi fai sentire vecchio altrimenti. >>
<< ...Allora hai concezioni alquanto alterate di cosa debba essere un dono. Forza, ora sì che ci siamo attardati. >>
<< Dici? Accidenti. >> Si mise le mani sui fianchi, osservando il paesaggio su cui il sole stava salendo con la sua lentezza mattutina.
Lei scosse la testa contrariata e senza aprir bocca riprese a dirigersi verso il punto di ritrovo stabilito. Questa volta lui la seguì nell’immediato, voltandosi solo un istante e senza smettere di camminare.
Era splendido, uno splendido giorno.
Volse le spalle a ciò che, chissà per quanti anni, secoli, millenni, non avrebbe più rivisto.
Ma a lui non importava già più. Negli occhi della sua compagna aveva fatto impremere quel miracolo della Prima Luce che toccava la terra, qualcosa che si ripeteva da sempre, ancor prima forse che gaia fosse mai esistita.
E sperava che in quegli anni, secoli, millenni che avrebbero dovuto passare divisi dal mondo, quell’attimo di eternità potesse restare aggrappato agli occhi di lei. Così che ogni volta che ne avrebbe incrociato lo sguardo, l’essenza di una luminosa eternità gli avrebbe dato il coraggio di continuare a lottare, anche se ciò che si fosse manifestato nel loro futuro sarebbe stato un mondo consumato dall’oscurità.