Thu 28 Aug, 2008
Rated: G
Sommario: “La tua perfezione mi turba.”
Personaggi: Jun, Sharan
Genere: Introspettivo - Malinconico
Warnings: None
Capitoli: one shot
Completo: sì
Lista: Melodies of Life (parte A)
Numero: #22. I see you in that chair, with perfect skin
Note: da inserirsi alla fine di FFRPG/SS0 quando i due, una volta sconfitti i Rinnegati, si dividono.
Commento: L’amore assoluto fa paura, almeno a me. Siamo esseri umani, e come tali abbiamo dei limiti anche in questo sentimento. E’ più questo a far capire a Sharan che non è all’altezza di Jun, che lei è davvero persa per lui mentre lui prova solo un grande affetto nei suoi confronti. Ricreare scene del passato mi diverte, hanno un non so che di sfumato attorno.
La tua perfezione mi turba. In ogni movimento che fai, in ogni sguardo, in ogni tuo gesto non trovo imperfezioni. Ci sono momenti in cui accantono tale sensazione, prendendola come una mia sciocca considerazione, un’impressione che mi creo da solo.
Eppure mi stupisco sempre di come questa ritorni sempre a bussare alla mia mente, quando rialzo di nuovo i miei occhi su di te, sul tuo volto, sul tuo corpo, il tuo essere. La tua presenza, mi lascia sempre con quelle labbra dischiuse e lo sguardo che Xander ha definito “perso”. Tremo nel pensarlo, se l’ha notato perfino lui…ma non me ne rendo conto. E’ banale considerarlo un incantesimo, ciononostante come altro potrei definirlo? Non dipende da me, dal mio ragionare quantomeno. E’ paragonabile a un vizio? O a un’esigenza? Cercarti con gli occhi e rimanere ad osservare ogni parte di te, qualunque parte di te e sentirsi trascinati in quel dolce vortice che mi fa dimenticare tempo e spazio, come lo devo considerare?
Ho imparato a cercarla, questa perfezione che mi fa fremere e restare muto. Aldilà del silenzio in cui celi le tue emozioni, ho iniziato a scavare lentamente tra un mattone e l’altro, e se anche fuori facevo rumore con le chiacchere e le frasi che tutti sono abituati a sentire, dentro pregavo senza produrre suoni, pregavo il cielo o chi per esso che tu mi lasciassi fare. Non sono così coraggioso come mi disegnano, non ho mai avuto la forza di domandartelo a parole, il permesso di conoscerti per davvero. Mi sono preso tante libertà, e nel contempo coltivavo le molteplici paure di essere respinto, e di non avere alcuna scusante per la tua decisione di allontarmi. Tutt’oggi mi domando il motivo del mio comportamento perchè mi viene difficile associarlo al mio solo carattere.
La risposta…bè quella, forse sei proprio tu. Ciò che mi scoraggiava ed insieme spronava era l’oggetto stesso della mia ricerca, la tua persona. A quel tempo, non sapevo come definirlo. Amore, dissi. Ci aggiunsi aggettivi svariati per darmi solide basi sulle quali pensare e nacquero parole come “fratello”, “sorella”, “famiglia” alle quali mi aggrappai senza indugi. Lo feci per non cadere nel baratro che si apriva alle mie spalle, dove il tuo nome era legato ad altri a cui le mie azioni avevano portato solo dispiacere e dolore. Divenisti la mia ancora di salvezza per un passato che incosciamente mi avevi riportato indietro dalla tomba di terra e tempo nel quale l’avevo seppellito. Ti ho seguita per tanti giorni, spinto da doveri che mi imponevo e che nascondevo dietro quella stessa parola, amore. Mi viene da ridere al pensare che la mia copertura avrebbe poi sorpreso me stesso, sommergendomi.
Amore, vuol dire tutto come niente alla fine. Ne ho vaghi ricordi di quando ero piccolo, ma non ne ho mai avuto prova nella mia lunga esistenza. Così che quando ti incontrai non seppi capirla cos’era, quella nuova sensazione che ho mascherato a tutti col timore di essere scoperto. Non la nascosi bene come sperai, perchè tu fosti la prima ad accorgerti di qualcosa che si agitava in me quando ti guardavo. Abbiamo avuto la stessa inesperienza, questo è l’unico punto in comune fra me e te che il destino ci ha riservato alla nascita. Il resto toccava a noi costruirlo, e a pensarci sento inumidirsi gli occhi. La cura con la quale abbiamo fatto un passo alla volta per quella strada mai percorsa, la delicatezza di ogni gesto assieme o delle parola da scegliere. Amavo quei momenti, ma avevo dato a questo sentimento di completezza un’origine non corretta. Non era per ciò che compivamo, quanto la tua perfezione che vacillava e rivelava il tuo essere reale davanti a me, senza protezioni di silenzi, senza atteggiamenti calcolati e misurati.
Ma nonostante fosse nuovo per noi, ciò che mi mostrasti mi mozzò il fiato e non mi permise di fermarti mentre continuavi a camminare. Perfino lì, in quel mondo che non avevamo mai visto se non in libri o storie, tu rimanevi sicura, forte, ferma nelle tue scelte. Ebbi paura. Non so dire di cosa. Ma nel ripensare a quei momenti, credo che ciò che mi turbò di più fu la distanza tra me e te. Fa parte del tuo carattere dopotutto, proseguire diritta per la tua strada senza dare peso al tributo che essa esigerà. Tu proseguivi convinta ma io restavo indietro a soppesare dubbi e incertezze che si frapponevano fra la mia persona e la tua. Non avevo tempo di aggirarli come volevo che tu eri sempre più lontana, sempre più piccola all’orizzonte. Avrei voluto chiamarti e pregarti di aspettare, ma non l’ho mai fatto. La paura di fermarti e di farti cambiare strada per la mia lentezza mi bloccava, la paura di perderti per mano della mia incertezza era troppa per me e ho preferito il silenzio. Sapevo che non era la soluzione giusta, ma speravo lo diventasse. Mi ripetevo che ce l’avrei fatta, che ti avrei raggiunta in tempo. Ma eri troppo lontana e quando ti ho chiamato, ormai non potevi più sentirmi.
Eri arrivata. Avevi raggiunto, ancora una volta, la perfezione.
“Ma la mia fede in lui non si piegherà, non potrei mai tradire il mio cuore…”
E io ero rimasto indietro.
Avevo scavato oltre quel muro di silenzio ed avevo scoperto che la stessa luce che già irradiavi era aldilà di quella barriera che avevo oltrepassato e che ora miravo nella sua purezza. Era accecante quanto bellissima, e mentre i miei occhi bruciavano sentivo lacrime di gioia che mi rigavano il viso, felice di aver ricevuto la tua grazie e il tuo permesso di mirarla.
Eppure per quanto sia bella, non sono riuscito più a fare un passo nella tua direzione. Che sia stato un bene? Se fossi stato al tuo fianco per quella strada, troppo vicino alla tua essenza, ne sarei morto? Avrei perso per sempre la vista?
Non ho risposta. Tra me e te c’è solo lo spazio, un immenso spazio che ti fa apparire ora ai miei occhi come un sole. Se mi fossi avvicinato troppo, sarei quindi stato distrutto da quel calore? Sarebbe stata una morte felice? Annullarsi in quella dolcezza infinita, forse era davvero il finale più agogniato da molti.
Ma io non l’ho scelto.
Che ironia. La tua perfezione, alla fine ti ha portato solo dolore.
E ora non mi resta che alzare gli occhi da terra e fissarti qui, seduta di fronte a me con le mani posate sulle gambe, con i tuoi capelli lillà perfettamente lisci sciolti sulla schiena assieme alle tue ciocche legate da sottili nastri blu, con i tuoi occhi azzurri, perfetta imitazione del cielo che hai dietro le spalle, quasi fossero due ulteriori finestre attraverso le quali quel colore filtra sui tuoi iridi. Perfino la tua pelle, sai, è perfetta.
L’unica nota che rovina il tutto, l’ho creata io. E ora le darò corpo e suono, mi prenderò la responsabilità di piegare il tuo sorriso come il peggiore dei tuoi nemici non ha mai fatto fino ad oggi, contro il quale non avrai che da abbassare le armi e lasciarti colpire, senza permetterti una guardia efficace.
Ma non preoccuparti, Jun, ti rialzerai di certo. Con il tuo sguardo composto, facendo oscillare dolcemente la chioma, prendendo appena fiato per dire al meglio le parole che ti risolleveranno verso l’alto. E volerai lontano, tra quelle nuvole che io, senza ali, non ho mai potuto toccare davvero.
Mi basta guardarti mentre ti innalzi Jun, e sentirò che il mio peso si alleggerirà di un poco sapendoti di nuovo in quell’immenso azzurro. Nonostante io ti abbia arrecato danno, tu ci tornerai e continuerai a solcarlo, quel mondo che per quanto io possa ammirare mi è e sarà sempre precluso. Perchè io non sono perfetto come te, Jun, e non ho avuto la forza di seguirti. Scusami, per averti fatto toccare questo suolo polveroso. Ma ora vola, sei libera di nuovo.
<< Jun, abbi cura di te. >>
Scende una goccia dalla ferita e ti attraversa la guancia sparendo fra le tua labbra. La tua postura resta ferma, la tua espressione è serena. La tua perfezione è immutata nonostante quella lacrima. Anzi, vi fa parte. A questo penso mentre dischiudi le labbra appena velate di saliva che dona loro punti di luce.
<< Anche tu. >>
La tua ombra si fa piccola, e la tua sagoma scura viene inghiottita dal sole alto nel cielo, fino a diventare un puntino e poi sparire in esso. I miei occhi si colorano di bianco, accecati dalla luce.