Thu 28 Aug, 2008
Rated: PG
Sommario: “Si alzò e prese le chiusure della finestra, ma quando lo fece il suo sguardo cadde proprio sulla Luna. Quella che l’aveva sempre assistita in quelle notti. L’unica che, nonostante il calore di chi le voleva bene, sembrava capirla più di chiunque altro. Si sentiva sola, sola come lei, seppur attorniata da stelle, si sentiva sola.”
Personaggi: Dely, altri
Genere: Generale
Warnings: None
Capitoli: one shot
Completo: sì
Commento: Damina della Luna è il nomigliolo di Luthen, la prima volta che ho fatto leggere questa fiction agli altri, tutti si aspettavano di vedere lei. Il piccolo “colpo di scena” finale ha avuto i suoi frutti, ne sono stata felice. La favola (e si vede) l’ho creata ex novo, anche se ho preferito evitare le rime. meglio non tentare cose troppo azzardate.
In un tempo lontano lontano, in una terra che oggi non esiste più,
viveva un re con la sua bella regina.
Era un regno prospero e felice
la gente amava i suoi sovrani
e nutriva nei loro confronti una devozione sincera.
Ma per quanto l’affetto del loro popolo fosse forte e sentito
Sembrava che nella famiglia reale qualcosa si stesse lentamente spezzando
Da troppo tempo ormai il Re e la Regina stavano attendendo la nascita di un figlio
Un figlio che sembrava però non voler mai giungere ed allietare la coppia
Senza eredi il regno sarebbe finito
Ma non era solo quello a preoccupare il popolo e il Re
La Regina infatti, mano a mano che il tempo passava, perdeva sempre più forza
Mangiava con minore appetito, parlava di rado, ed il sorriso aveva abbandonato le sue labbra
Con lei, anche il Re sentiva qualcosa pesargli sul cuore
E visti i suoi vani sforzi di far tornare la gioia negli occhi della sua amata consorte
Anch’egli cominciò a incamminarsi nella strada che la Regina aveva imboccato
La situazione aveva raggiunto il limite
Ormai nessuno dei due regnanti toccava cibo
E la corte era diventata un luogo così triste e silenzioso
Che si vociferava che nel laboratorio dei falegnami si stesse iniziando a fabbricare
Le sagome per le bare
E nel regno tutti non facevano che rivolgere una preghiera alla sera
Per i loro signori
Tutto questo continuò fino a quando
Una sera, quando il Re era già nel suo letto a dormire,
La Regina si alzò senza far rumore, e senza un apparente motivo,
salì alla camera che tempo prima avevano deciso di dare a quel bambino che non era più arrivato
Era bella, pulita, la luce perlacea della luna si fondeva con le tonalità azzurre e viola chiaro
Dando a tutti gli oggetti lì presenti qualcosa di diverso.
La Regina si sedette sullo sgabello posto vicino alla finestra
Aprendola e lasciando che il vento entrasse dentro la stanza e facesse svolazzare le tende sottili
Osservò il panorama notturno della città sulla quale regnava, illuminato dal satellite lunare.
Passò il tempo, ma lei non sembrava volersi schiodare da lì
Solo quando sentì il peso del sonno sulle palpebre capì che il limite era stato raggiunto
Si alzò e prese le chiusure della finestra, ma quando lo fece il suo sguardo cadde
Proprio sulla Luna
Quella che l’aveva sempre assistita in quelle notti
L’unica che, nonostante il calore di chi le voleva bene, sembrava capirla più di chiunque altro
Si sentiva sola, sola come lei, seppur attorniata da stelle, si sentiva sola.
Si mise a piangere senza un fremito.
Le lacrime scesero dalle guance
E presto i suoi occhi si arrossarono
Fu in quel momento, quando si sfregò gli occhi per asciugarli, che accadde
Le sue lacrime divennero tanto luminose, che quando toccarono il marmo del balcone
Lo illuminarono come raggi di luce
E da queste, cominciò a prendere forma qualcosa
La Regina arretrò, spaventata
Mentre l’acqua che lei stessa aveva versato prese le sembianze di una donna dalla lunga chioma
E dalle vesti bianche e grigie così ampie da sembrare senza fine
Quando ella aprì i suoi occhi la luminescenza argentata di questi
Dissipò le tenebre della stanza illuminandole a giorno
<< Chi sei? >> domandò la Regina << cosa vuoi da me? >>
Ella le sorrise, avvicinandosi a lei lentamente
Mentre il suo abito intessuto d’argento
fluttuava libero nella stanza come nuvole assieme ai suoi capelli
simili per consistenza alla seta
<< Ti ho visto piangere Regina
Dall’alto del cielo sei stata tu ad invocare il mio nome
Mi hai chiamata compagna e amica con sincero dolore
Non potevo non giungere da te a portarti consolazione >>
<< Consolazione? >> ripeté spaesata la Regina
<< Sì Regina, sono giunta qui per liberarti dall’angoscia che ti opprime
E che mi ha permesso di giungere qui sulla Terra
Vengo a porti un dono che aspettavi da tempo
Vengo a portarti il figlio che ti farà ritornare il sorriso >>
Disse distendendo il braccio destro verso la donna
Il palmo della sua mano si illuminò di bianco,
luce che andò a confluire in una sfera iridescente
che si staccò da lei per giungere fino alla Regina
Allibita la Regina osservò la massa luminosa avvicinando piano piano
Le mani verso essa
Nel momento in cui le sue dita la toccarono
La sfera svanì improvvisamente, rilasciando dietro di sé una scia di luce
Più intensa di prima
La dea sorrise
<< Ecco Regina
Il tuo sogno, si è finalmente realizzato.
Presto avrai un figlio.
La gioia che tu e il tuo consorte attendavate da tempo >>
La Regina rivolse dapprima gli occhi alle sue mani poi alla dea
Poi di nuovo alle sue mani
E finalmente le sue labbra si ricordarono
Come si formasse il sorriso
Ma prima che la Regina potesse ringraziare l’artefice del miracolo
Questa si rivolse a lei con espressione seria e grave
<< Tuttavia Regina, devo avvertirti.
Il dono che ti è stato concesso non durerà per sempre
Perché ciò che ti è stato donato
Dovrà essere ridato >>
<< La vita che porterai in grembo è del mondo
E ad esso dovrà far ritorno.
La sua esistenza sarà indispensabile per il suo equilibrio
E quando verrà chiamata
Non ci saranno attese.
Così come giunse nella vostra vita
Così se ne andrà.
Non potrete trattenerla
Né imprigionarla
Né nasconderla
Qualunque azione voi facciate
La sua strada la porterà dove tutto ebbe inizio. >>
Gli occhi senza pupilla della dea
Si incontrarono con quelli della Regina
<< A voi la scelta.
Nonostante ciò che vi ho detto
Siete comunque decisa ad accogliere questa vita dentro di voi? >>
La Regina che per tutto il tempo in cui la dea aveva parlato
Non aveva osato aprir bocca
Si fece coraggio
E nel silenzio maturò la sua risposta
<< Se anche dovesse essere solo una piccola gioia
Non ho intenzione di non accoglierla
Anche se sarà per poco tempo >>
<< Anche per poco >>
E strinse il ventre fra le mani
Come se lo volesse proteggere
<< Non ho nessuna intenzione di lasciarla >>
La dea osservò il gesto della Regina
Ed abbozzando un sorriso dette il suo consenso
Una scintilla scese dal ventre della Regina
Segno che tutto era cominciato.
La luminescenza che avvolgeva la dea si intensificò
mentre i fasci di seta del suo abito si fondevano col suo corpo
<< Dalla Luna nacque
Da essa tornerà. Vivi intensamente ogni istante
Perchè verrai chiamata senza saperlo
Ma mi raccomando, sii felice.
La vita è il dono più prezioso che è possibile offrire >>
Faceva caldo per essere inverno. Era strano non sentire la neve sotto i piedi. Era strano vedere il cielo terso, con quella luna piena che illuminava la volta e le stelle a farle compagnia. Dov’erano le nuvole grigie, il vento gelido e gli alberi spogli? Cosa ci facevano quelle chiome attraversate dallo zefiro lì, sopra la sua testa?
Era un sogno, che altro avrebbe potuto essere?
L’erba non era fresca di rugiada come al primo mattino, ma le solleticava lo stesso la pianta dei piedi. Il suono dei fili verdi che si piegavano per poi rialzarsi si mischiavano al suo fiato. Per chissà quale ragione, nonostante percepisse chiaramente una sensazione di tepore sulla pelle, il suo fiato si condensava una volta che usciva dalla bocca. Lo guardò tramutarsi in nuvolette e poi svanire verso l’alto. Inconsciamente allungò una mano, come se volesse afferrare quello sbuffo d’aria. Non si stupì…aveva già capito di essere più piccola del solito. La sua piccola mano che accarezzava il vento ne fu la prova. Si guardò il corpo, ritornato ai tempi dell’infanzia, ricoperto solo da uno scamiciato bianco. Provò un leggero moto di vergogna vedendo che il suo fisico da bambina traspariva dal tessuto con facilità, ma in fondo non aveva nulla da nascondere. Non a quell’età almeno. Si tastò il petto come a volersi rassicurare del fatto di essere tornata piccola, ed una volta appurato questo, tornò a guardare il cielo.
La luna era davvero luminosa. Sembrava un piccolo sole pallido. E quell’alone che lo circondava, le dava un’aura particolare, come quella dei santi.
I suoi piedi si muovendo da soli, mentre gli occhi continuavano ad essere puntati su quella sfera bianca tanto distante. Ma mano a mano che i suoi piedi avanzavano, con essi un suono nuovo si aggiunse. Si fermò ad ascoltare. Smise quasi di respirare per riuscire a capire meglio. E le sembrava che qualcuno stesse piangendo. Incuriosita cominciò ad avvicinarsi al luogo dal quale i lamenti soffocati provenivano, e per riuscirci dovette farsi largo fra siepi e alberi, alcuni dei quali le graffiarono un poco le gambe. Uscì dal bosco leccandosi un taglio che si era procurata sulla mano, ma il paesaggio che le si pose davanti le fece dimenticare subito il bruciore della ferita.
Era davanti a un lago ricolmo di acqua trasparente, che si riversava a terra grazie a una cascata che aveva la sua casa tra le rocce, tanto alta che sfiorava le chiome degli alberi. La bellezza di quel posto cozzava però con il ritmico singhiozzare di qualcuno, la cui presenza era ancora nascosta, ma non lontana. Camminò adagio, girandosi spesso a destra e a sinistra sperando di incrociare qualcuno. Arrivò fino al bordo del lago, la cui superficie ondeggiava appena e le increspature si frammentavano in infinite linee ad ogni sussulto del vento. Avvicinò le mani alla bocca, cercando di riscaldarsele col fiato. Ora cominciava però a preoccuparsi. Perché nonostante tutto attorno a lei le facesse ricordare le stagioni calde, lei sentiva solo freddo? E il suo fiato era tutto fuorché un rimedio a quell’intorpidimento che le coglieva le dita. Anche lui sembrava gelido.
Si girò di scattò alla sua sinistra. C’era qualche cosa nell’ombra.
<< Chi sei? >> domandò. Sotto all’ombra di un albero, quasi perfettamente mimetizzata in essa stava la sagoma di qualcuno che, seduto su una pietra e completamente velato, sembrava aver rivolto il viso verso di lei. Era rimasta ferma ed immobile nel punto esatto dove aveva scorto la figura. Ma questa, dopo aver soffermato il suo sguardo nascosto su di lei, chinò il capo e tornò a sussultare sommessamente. Lei sbatté gli occhi lentamente, come ad accertarsi che ciò che vedeva non fosse un’illusione. Ma anche dopo questa azione non cambiava niente. Quela figura velata esisteva ed era lei che stava piangendo. Intimidita da quel viso che non vedeva, si fece lo stesso coraggio e con passo incerto vi si avvicinò. Questa non parve notarla, continuando mesta come se nulla fosse. Mandò giù il groppo alla gola che le si era formato e raccogliendo un poco di coraggio allungò il braccio verso di lei, sfiorando appena con l’indice uno dei lembi.
La figura velata non si girò neanche, seguitava a fissare il suolo.
<< P…Pe… >> niente, le parole stavano facendo le capriole sulla sua lingua. Era difficile addirittura parlare, e il freddo le faceva tremare anche i denti. << Perché sta …piange…ndo? >> chiese, domandandosi se fosse a causa della temperatura o della paura che le rendeva difficile fare qualunque cosa.
La persona nascosta dal tessuto alzò di nuovo il volto, forse in cerca del suo. Quando il buio che copriva i suoi occhi fu si fissarono sugli occhi di lei, d’improvviso un respiro profondo e affannoso, di quelli che sembrano scavare dentro alla gola e raschiarne le pareti, uscì da sotto il velo.
Lei sobbalzò, non riuscendo a trovare l’aria necessaria a far uscire dalla sua bocca altro che un grido smorzato. Lo spavento che le era venuto però si acquietò subito, quando due gocce scesero dall’ombra del cappuccio della figura, attraversandole le guancie. Luccicarono per un istante mentre attraversavano la pelle bianca per poi scomparire sotto al mento.
<< ...Perchè sta piangendo? >> domandò ancora. Anche lei, come se riuscisse a percepire il sentimento che affliggeva quella figura misteriosa, iniziò a sentire un dolore strozzato alla gola, lo stesso che si ha quando si è vicini al pianto.
Non rispose subito. Alzò lentamente le mani verso il cappuccio, rivelandole da sotto la veste grigio perla. Erano delle mani molto belle. Le dita erano lunghe, affusolate, le unghie curate. Né troppo lunghe né troppo corte. Anche quelle avevano un colore perlaceo. Furono loro a far scendere il velo che impediva la visione del suo volto. Quando questo le scivolò dietro il capo rivelò il volto di una giovane donna, incorniciato da una lunga e morbida chioma di capelli castani, i cui boccoli scendevano dolcemente lungo i contorni del suo viso arricciandosi a spirale mano a mano che si dirigevano verso il basso. L’attaccatura alta dei capelli era compensata da un diadema che riprendeva il colore grigiastro dei suoi occhi, sul quale erano stati incisi motivi dalle forme floreali, e dove era incastonata esattamente al centro una pietra bianca modellata sulla figura di un rombo.
Sarebbe stata una donna ancora più bella se il suo viso dal colorito pallido non fosse attraversato da diverse strisce scure che lo scendere ripetuto delle lacrime aveva scavato sulle sue guancie. Un contorno di filamenti rossi si espandeva verso l’iride e la pupilla dei suoi occhi, come se fosse infuocato.
La donna la fissò. La punta delle sue sopracciglia si diressero verso l’alto, mentre altre gocce si andavano a formare sul bordo delle palpebre.
<< Piango per la mia bambina. >> le rispose, tentando di accompagnare la frase con uno smorzato sorriso, che poco si addiceva al resto del volto. I bordi delle sue labbra premettero con forza contro la pelle del viso, mentre le lacrime aumentavano la loro dimensione accumulandosi sull’occhio.
<< E’ morta? >> chiese.
<< No. Ma non la vedrò più. Non…non la potrò vedere mai più. >> le parole che la donna pronunciava assumevano un tono sempre più acuto, e faticavano a non trasformarsi in mugolii spezzati. << Io lo sapevo. Me l’aveva detto. Lo so. Ero pronta…credevo di farcela…e invece… >> serrò le palpebre, e strinse i denti. << Non la vedrò più. Non la vedrò mai più. >>
<< Perché non la vedrà mai più? >> le domandò, sentendosi il viso un poco bagnato
La donna, che aveva abbassato il capo e che si stava asciugando gli occhi sfregandoli forte con le mani, alzò il volto verso di lei.
<< Perché me l’hanno portata via. >>
<< Dove? >>
<< In un posto che io non posso raggiungere. Lontano da me. Lontano dalle mie mani…dalla mia voce…la mia bambina... >> riprese a singhiozzare, affondando il viso contratto dalla smorfia tra le mani e la veste. << la mia bambina >>
In quel momento, sentì un brivido dentro di sé. Lentamente, rivolse i suoi occhi alle sue braccia ed alle sue mani, sollevandole per porle più vicino al viso. Stavano diventando trasparenti. E tremavano. Il suo viso scattò in direzione della donna piangente, mentre arretrava da lei senza rendersene conto. Le nuvole di fiato aumentarono di dimensione, come se intendessero avvolgerla nel loro abbraccio.
<< La…mia…bambina…La culla. La culla è vuota. Non la vedrò più. La culla è fredda, non c’è più. >>
I suoi piedi arrivarono al bordo del lago, facendola fermare giusto in tempo. Si voltò. E sulla superficie dell’acqua si delineò un’immagine chiara, appena inframmezzata dalle increspature.
Una culla. Vuota.
<< LA MIA BAMBINA! >>
<< Uaaaaaaaaaa! >> si alzò di soprassalto, agitando i pugni a vuoto e senza un particolare scopo. Spalancò gli occhi e poggiò le mani contro il materasso prima di perdere l’equilibrio e fissò con il fiato corto ciò che le stava davanti. Una piccola libreria, un armadio, una finestra aperta, delle tende svolazzanti, qualche oggetto trasparente sparpagliato di qua e di là. Il solito casino, la solita stanza.
<< Oh…un sogno…era un sogno >> si ripetè massaggiandosi le tempie. << Però sembrava vero. >> fece buttandosi all’indietro e affondando la testa nel cuscino. Rimase con le mani appoggiate sulla pancia ad osservare il soffitto bluastro della sua camera fino a quando lo spavento non le fu passato. << accidenti…mi è anche passato il sonno. >> sussurrò, rimettendosi a sedere sul letto. << Urgersi C-a-mo-m-i-l-l-a >> intonando la parola come fosse una filastrocca scese dal materasso e zigzagando fra il mondo caotico della sua stanza raggiunse la porta. Scese le scale in punta di piedi fino alla soglia della cucina. Si stupì di vedere una luce al suo interno ed aprì lentamente la porta.
<< Oh, ciao Dely >> la salutò sua madre dai fornelli. Si sistemò un ciuffo di capelli che era sceso dalla treccia che si era fatta per la notte e raggiunse la figlia, che intanto si era seduta su una delle sedie attorno al piccolo tavolo. << Come mai questa incursione notturna? >> le chiese avvicinandosi.
<< Non riesco a dormire. Ho fatto un sogno strano e mi sono svegliata di soprassalto >> disse coprendosi la bocca aperta in uno sbadiglio. << Puoi farmi una camomilla mamma? Altrimenti non dormo più lo sai >> aggiunse distendendo le braccia sul tavolo e poggiandoci sopra il viso.
<< Ancora ti succede? >> le domandò scompigliandole scherzosamente i capelli. << Sei fortunata che la stavo facendo anche per me. >> aggiunse poggiando un’altra tazzina bianca sul tavolo. Si avvicinò ai fornelli e tolse dal fuoco la pentolina piena d’acqua calda, versandola tutta dentro alla teiera. Versò il contenuto giallo canarino della camomilla dentro alla coppia di tazzina per poi porgerne una alla figlia.
<< Che sogno era? >> le chiese sedendosi al suo fianco
<< Non saprei spiegarlo bene. Era un bosco credo…forse quello che c’è vicino a casa sai, Cima Argentea probabilmente. >> avvicinò le mani alla tazzina. Il calore della camomilla le fece tornare in mente un altro particolare. << Sembrava estate, però io avevo un freddo terribile! Ed era strano, tutto attorno era tranquillo mentre io tremavo come una foglia e il fiato mi si condensava subito! Dico poi, almeno avessi addosso il capottino che a quei tempi mi fece la nonna, quella con la pelliccia di orso che faceva caldo solo a vederla, la ricordi? No no, avevo solo una maglia bianca…come questa fa conto. >> spiegò indicando la maglia che le arrivava poco sopra le ginocchia. << Assurdo davvero. >> si fermò per sorseggiare un poco la bevanda. Sua madre la guardava divertita coprendo il sorriso con la tazzina. << Ah sì, c’era anche una strana donna nel mio sogno. Era davvero molto bella, però non ha mai smesso di piangere. Continuava a singhiozzare e a versare lacrime mentre diceva qualcosa a proposito di…mmm…cos’era…. della…della sua bambina sì >> mandò giù un altro sorso di camomilla, senza accorgersi di altro. Neanche che sua madre aveva smesso all’improvviso di bere, irrigidendosi. << poveretta, vederla così ha fatto piangere anche me. Poi è successo qualcos’altro che mi ha fatto svegliare, altrimenti ero ancora lì in quel bosco con lei a versare lacrime senza saperlo. Non ricordo però…uff, avrei potuto farle lo stesso compagnia e magari riuscire a strapparle un sorrisino e invece…magari adesso che mi riaddormento riesco a riaccaparla da qualche parte e questa volta vedrò di non spaventarmi! Neanche se mi capita davanti uno scaraburi a cavallo di un paguro! >> aldilà dell’assurdità che questa figura retorica aveva fatto nascere in lei, sua madre riuscì a malapena a rivolgere un sorriso alla figlia, mentre questa finiva tutt’un fiato il contenuto della tazzina e dopo averle dato un bacio sulla guancia si riavviava in tutta fretta verso la camera da letto. Tempo due secondi e la ragazza era tornata nel mondo dei sogni.
Sua madre invece era ancora ferma. Dopo aver respirato a fondo si alzò, riponendo le due tazzine dentro al lavabo. Fece scendere un po’ d’acqua, quanto bastava per riempirle fino all’orlo e le lasciò lì. La debole luce della lampada ad olio si affievoliva sempre di più, fino a quando non si spense del tutto, facendo piombare la cucina nel buio. Sarebbe stato totale, se una luce più intensa di quella non stesse entrando dalla finestra lasciata socchiusa. I raggi lunari si posarono sulla superficie trasparente delle due tazzine, donandole un riflesso biancastro. Spostò lo sguardo dal lavabo a lei. Era piena questa notte. Sembrava ancora più grande del solito, e le stelle vicino a lei sfumavano nella luce generata da lei come se ne venissero divorate. Le sue dita si aggrapparono al bordo della finestra e i suoi occhi si rivolsero alla Luna.
<< Così presto? >>
Il vento si alzò di poco, muovendo appena le chiome degli alberi.
<< Se ne andrà via così presto? >>
In un tempo lontano lontano, in una terra che oggi non esiste più,
viveva un re con la sua bella regina.
Era un regno prospero e felice
la gente amava i suoi sovrani
e nutriva nei loro confronti una devozione sincera.
Dall’amore dei due sovrani
Nacque una bellissima bambina
La cui venuta portò felicità sincera sia nella famiglia reale
Che nel popolo.
Si dice che il nome della bambina fu scelto con cura dalla regina stessa
La notte in cui ella venne alla luce.
Significava Bambina della Luna.
Non si seppe il perché di quella scelta.
Solo la Regina lo conosceva.
Ed ogni volta che pronunciava il nome della sua adorata figlia
Sembrava volersi rammentare qualcosa.
Come un monito che lei stessa si era imposta
Ricordandosi una promessa fatta tempo addietro
Per ricordarsi il consiglio che quella notte
Riecheggiò in una stanza vuota