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	<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 01:33:12 +0000</pubDate>
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		<title>Risveglio</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 20:22:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;Rated: PG13
Sommario: “Se è così però, non mi ha fermato. Avrebbe potuto, sapendo cosa avrei fatto, e invece niente. Allora ho capito.”
Personaggi: Sharan
Genere: Introspettivo - Drammatico - What if?
Warnings: None
Capitoli: one shot
Completo: sì
Lista: Melodies of Life (parte A)
Numero: #21. Well, how have it been, baby, livin&#8217; in sin?
Note: futuro alternativo.
Commento: è ispirante, questo personaggio che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;<div class="meta"></div><p><strong>Rated</strong>: PG13<br />
<strong>Sommario</strong>: “Se è così però, non mi ha fermato. Avrebbe potuto, sapendo cosa avrei fatto, e invece niente. Allora ho capito.”<br />
<strong>Personaggi</strong>: Sharan<br />
<strong>Genere</strong>: Introspettivo - Drammatico - What if?<br />
<strong>Warnings</strong>: None<br />
<strong>Capitoli</strong>: one shot<br />
<strong>Completo</strong>: sì<br />
<strong>Lista</strong>: Melodies of Life (parte A)<br />
<strong>Numero</strong>: #21. Well, how have it been, baby, livin&#8217; in sin?<br />
<strong>Note</strong>: futuro alternativo.<br />
<strong>Commento</strong>: è ispirante, questo personaggio che sto aspettando di poter usare in gioco. Oggi sentivo la musica linkata all&#8217;interno dello scritto e ho cominciato a buttarla giù. Una premessa doverosa, qui ho preso in considerazione cosa succederebbe se il personaggio come è attualmente in gioco si dovesse ritrovare nel sè stesso del futuro, in un mondo dove lui e la compagnia hanno perso. Dove lui stesso ha scelto di distruggere il mondo per rifarlo da zero, per tornare indietro e sistemare le cose dal suo punto di vista. In un primo momento Sharan non si rende conto di dove è e perchè è lì, ma successivamente i ricordi convogliano in lui, e a quel punto, farà una scelta.</p>
<p><span id="more-82"></span><br />
La prima cosa che vide fu la luce dorata che lo bagnava completamente. Per quei brevi istanti pensò che il mondo intero si fosse tramutato in oro, e che la luce avesse inghiottito ogni cosa. Poi i suoi occhi riuscirono a filtrare il mare di luce, e da esso emerse la sua figura. Braccia e gambe, le mani, la terra arida su cui poggiava i piedi, dei punti di riferimento che osservò come non li avesse avuti sotto gli occhi da anni. Questo perché il suo corpo era ricoperto da placche di metallo splendenti che non ricordava di aver mai visto, né indossato. Spaesato provò a spostare lo sguardo. Ebbe un fremito e arretrò d&#8217;istinto quando vide minuscoli alberi stagliarsi sul fondo. Superata la vertigine iniziale, con cautela si avvicinò di nuovo. Aveva visto bene, era su un&#8217;altura, e parecchio elevata a giudicare da come vedeva gli alberi sottostanti, piccole macchie verde scuro. Pini probabilmente. Si accorse solo allora del vento che gli agitava i capelli e il mantello, che creava un fruscio alle sue spalle. Alzò gli occhi da terra ed incrociò i raggi del sole basso all&#8217;orizzonte, con il suo cielo pitturato di toni di arancio e blu. Era il tramonto quindi?, si chiese stringendo le palpebre attorno alle pupille. La domanda che si pose dopo fu dove si trovasse. Si guardò attorno, cercando qualcosa che potesse dargli un indizio. Dei monti inizialmente, e questi c&#8217;erano sia a destra che a sinistra di dove si trovava. Anche se l&#8217;altura consisteva in una terreno leggermente inclinato, il resto del luogo era solo montagne. Si stagliavano alle sue spalle, e in fondo poté individuare il sentiero fra le rocce che doveva aver intrapreso per esser arrivato fin là. Osservò le cime con attenzione, ma nessuna di queste fece scattare in lui dei ricordi. Sospirò e tornò ad osservare l&#8217;ovest.<br />
Doveva essere al confine di qualche regione, si disse.<br />
Dragonwan? Ci si era spinto di rado in passato, non ricordava bene.<br />
Jarhenge? No, ci sarebbe stata la neve, che invece mancava perfino nelle vette più alte. Ciò che vedeva era solo terra nuda con sporadici gruppi di pini. Più in fondo la terra si incurvava e appiattiva, senza alcuna traccia di centri abitati.<br />
Dov&#8217;era?<br />
Un pensiero gli balenò in testa, un&#8217;immagine che ricollegava a tempi dell&#8217;infanzia. Si voltò di nuovo ed incredulo dovette ammettere che quel luogo gli ricordava un paesaggio familiare. Dalla finestra della sua stanza li aveva visti molte volte, ma si chiese perché ci aveva messo così tanto a rammentare la Spina Dorsale dei Titani. Una certa somiglianza c&#8217;era, ma non erano le stesse. Come se una mano gigante le avesse percosse e staccate in parte, mancavano dei pezzi. E i boschi che si estendevano fino alle pendici se non più in alto lungo i lati della catena, che fine avevano fatto? Nè dal territorio lumen né da quello umano vi era stata una così scarsa presenza di vegetazione.<br />
Un soffio di vento più forte gli scivolò sul collo, ma non sentì freddo alla nuca. I suoi capelli l&#8217;avevano protetto ma, si rese conto, come? Tastò con una mano, gli coprivano la pelle. Di quanto si erano allungati? Gli arrivavano alle spalle, non era così che li aveva mai avuti. E ora che ci faceva caso il suo stesso corpo gli sembrava diverso. I muscoli delle spalle e delle braccia parevano più sviluppati, come anche le gambe. Di poco, ma avvertiva una certa differenza. E l&#8217;armatura. Bianca con rifiniture dorate ai bordi, era molto scarna e semplice. Sul petto c&#8217;era una decorazione, un sole tagliato a metà coi raggi che si assottigliavano verso l&#8217;esterno, sotto di esso una falce rovesciata con le punte rivolte al basso.<br />
Gli sembrò familiare, ma era certo di non aver mai visto un effige simile, in nessun regno.<br />
Cominciava a dubitare che il viso fosse il suo, in assenza di uno specchio si affidò al tatto. Le dita riconobbero con sollievo quello che gli occhi avevano spesso osservato, pur con lievi differenze. Era come se il tempo fosse passato, l&#8217;avesse fatto crescere ancora. La sua parte umana si era presa una rivincita e aveva contato anni in più?<br />
Perché? Lui era-<br />
Durò un secondo, o forse meno, l&#8217;immagine di qualcosa che non riuscì a fissare tempo sufficiente per capire chi fosse o cosa avesse di particolare. Accompagnata da una fitta alla testa, gli sembrò una macchia rosa e rossa con un alone nero. Mosse il capo che sentiva pesante e si portò una mano alla fronte. La fece scivolare sugli occhi per massaggiarli, ma ritrasse la mano per un&#8217;improvvisa sensazione di bagnato sulle dita guantate. Le guardò, c&#8217;erano due macchie scure. Vide cadere una goccia e poi molte altre se ne crearono. Stupito si accorse di star piangendo.<br />
Non capiva, e mentre si domandava che gli stesse accadendo l&#8217;immagine riapparve bruciante sulla retina, questa volta più definita. Una ragazza dai capelli neri, umana, vestita di giallo e rosso con del verde e azzurro di sfondo.<br />
Di colpo sentì crescere dentro di sé l&#8217;oppressione, un peso al cuore come qualcuno glielo stesse schiacciando. L&#8217;equilibrio si fece precario e si ritrovò con un ginocchio a terra e una mano premuta sul petto. Si augurò che fosse passato, respirava boccate d&#8217;aria sempre più profonde, ma la sua richiesta non venne ascoltata.<br />
Un altro frammento così reale da sembrargli tangibile, di essere lì, di un uomo in armatura nera che lo prendeva per la gola. Incrociò i suoi occhi scuri come ciò che indossava e poi scomparve.<br />
Chiuse le palpebre con forza quando sentì che il battito del cuore gli provocava dolore e si costrinse a rialzarsi. Un attimo di tregua in cui credé fosse finita, ma arrivò allora tutto insieme.<br />
Gente che correva. Una chioma azzurra. Un fuoco. Delle parole di bambina. Neve. Schiene di persone in guardia davanti a lui, uno di queste che si voltava verso di lui e apriva la bocca. Artigli. Bruciore. Un trono di ghiaccio. Un fascio di luce. Un uomo dai capelli neri che rideva allegro. Una donna coperta di foglie. Una spada. Un abito bianco e delle catene che lambivano le caviglie. Una cascata. Un deserto. Soldati. Colline colme di soldati. Una voce che urlava. Spade che si alzavano. Sangue. Un soldato che lo assaltava. Ancora sangue. Una donna che rideva sprezzante dall&#8217;alto di una bestia. Glifi di luce. Grida. Risate senza senno. Un uomo con armatura rossa inginocchiato nei boschi. L&#8217;Aurora dei monti. Un ragazzo vestito d&#8217;azzurro che piangeva. Delle ali bianche macchiate di rosso. Un fiore viola. Erba. Un luogo scuro con due fasci di luce. Due tombe. Due cadaveri. Delle sfere che cadevano nella polvere. Una colonna di luce verde smeraldo. Una sagoma scura che gli dava le spalle di fronte a questa. Lacrime. Una spada.<br />
Aprì gli occhi ansimando.<br />
Era seduto a terra con la schiena appoggiata ad un costone e fissava le pietre davanti a sé. Trattene un conato e mandò giù la saliva che si era accumulata in bocca. La sentiva acida e aspra mentre faceva scivolare a terra la mano. Questa colpì qualcosa e si accorse che al suo fianco c&#8217;era un oggetto diverso da una pietra. Un fodero con dentro un&#8217;arma. Una spada a giudicare dalla lunghezza, anche se lo spessore era consistente, superiori a quelli convenzionali. Anche il manico era insolito, bluastro e con inscrizioni azzurre.<br />
C&#8217;era una sfera violetta incastonata che saltava all&#8217;occhio, con striature bianche che la percorrevano, sottili come fili.<br />
Con movimenti febbrili impugnò l&#8217;elsa con la destra mentre la sinistra teneva ferma la custodia e fece scivolare la lama fuori. Era quella che aveva visto come ultima immagine: lucente e perfetta, una spada dalla doppia lama con al centro una scritta in caratteri lumen intagliati e dipinti di zaffiro. C&#8217;era una catena accanto alla sfera dell&#8217;elsa, in alto, e questa ora giaceva in terra distesa, terminando con un aggancio ad una punta affilata.<br />
<< Idyll. >> Disse, stupendosi di sentire la sua voce più profonda e affaticata di quanto non rammentasse. Stupendosi anche del nome che aveva pronunciato, se un nome era. Che significava? Era certo di saperlo, prima.<br />
Prima quando?<br />
E in quel momento sentì un mormorio provenire dall&#8217;altura. Pensò di sognarlo ma si alzò lo stesso, senza rinfoderare la spada. Dei suoni accompagnavano quella voce lieve, si facevano più intensi mano a mano che i passi lo portavano al margine dello strapiombo. Giunto al limite si mise in ascolto.<br />
Un canto trasportato dal vento, o così gli sembrava. Era una lingua non sua, ma nonostante gli fosse sconosciuta sentiva di riuscire a comprendere il significato. Qualcuno un giorno gli aveva domandato se sapesse cosa diceva quella voce; una notte, mentre sedeva in un castello di pietra, specchi e ombre.</p>
<p><< E' lingua elfica. >> Rispose.<br />
<< La conoscevate? >> Gli chiese l&#8217;uomo dai capelli bianchi, vedendo che lui stava in ascolto volgendo il capo in direzione della melodia.<br />
<< Ai tempi no, ma a lei piacque molto quando la sentì al tempio di Lark. Successivamente le dissero cosa significava e lei ci rimase male, mi disse che era triste. >></p>
<p>By the light, by the light of the sun<br />
Children of the blood<br />
Our enemies are breaking through<br />
Children of the blood<br />
By the light<br />
Failing children of the blood<br />
They are breaking through<br />
O&#8217; children of the blood<br />
By the light of the sun<br />
Failing children of the blood<br />
They are breaking through<br />
O&#8217; children of the blood<br />
By the light of the sun<br />
The sun<br />
[ WoW - Lament of the Highborne - http://www.youtube.com/watch?v=UXhx40DcU6Y ]</p>
<p>Le ginocchia impattarono contro il suolo e la punta della spada sollevò polvere quando sbatté contro di essa, rigandola. La sua mente prese le immagini della memoria che aveva vissuto e le tessé assieme, mostrandogli un arazzo che gli era sconosciuto ma la cui sola vista lo lasciò svuotato. Quella era la sua terra, quella landa desolata era stata casa sua e si chiamava ancora Regno di Altherinn, ma non ne aveva più lo splendore. Esattamente come lui, che aveva tenuto il suo nome perché solo quello gli era rimasto della persona che era prima. Gaia si era spezzata e cantava la sua fine, una delle tante che la attendeva e che lui aveva deciso di essere.</p>
<p><< Sapete, quando ricordo quel momento mi viene da pensare che lei avesse già intuito come sarebbe andata a finire. >> Si voltò verso l&#8217;uomo che sedeva di fronte a lui. Sorrise rivolto alla donna dai lunghi capelli del mare coperti da un velo nero che stava ad ascoltare al suo fianco, che non gli ricambiò il gesto.</p>
<p>Tremava, ma la mano era ferma. Alzò la spada, la impugnò con l&#8217;altra mano rimasta libera. </p>
<p><< Se è così però, non mi ha fermato. Avrebbe potuto, sapendo cosa avrei fatto, e invece niente. Allora ho capito, >></p>
<p>La rivolse su di sé e l&#8217;affondò in gola.</p>
<p><< che non voleva dare così tanto alla causa, che avevano passato il limite. Non ha avuto il coraggio di dirlo se non alla fine. Forse si arrabbierà quando la rivedrò, dopo tutto questo. >> </p>
<p>Cadde come un sacco mentre il sangue sprizzava dalla ferita. Vide il cielo roteare e la terra sbatté contro di lui.</p>
<p>Abbassò lo sguardo, come un bambino quando gli viene rivolto un rimprovero. Alzò dopo il capo con un sorriso. << Tuttavia sono convinto che non mi sgriderà troppo. Anche lei lo voleva in fondo. Voleva fargliela pagare a tutti, per come le cose erano andate. Perciò, non mi pento di nulla. >></p>
<p>La luce che l&#8217;aveva svegliato andava svanendo, assorbita da una tenebra che gli sembrò un&#8217;accogliente coperta di notte. Sorrise sollevato quando si sentì leggero e trasportato via, intanto che il buio inghiottiva la spada e la sferetta di fronte a lui.</p>
<p>***</p>
<p>Azzurro. Il cielo. Delle nuvole.<br />
Sharan si alzò a sedere con un unico movimento secco e veloce.<br />
A quanto visto prima si aggiunse il verde dell&#8217;erba agitata appena dal vento, ed il fresco della rugiada che gli bagnava i guanti.<br />
Con un po&#8217; di fatica si raddrizzò in piedi sorreggendosi la testa e intanto dette un occhio attorno a sé. Le Colline di Smeraldo accolsero il suo risveglio con i rumori che provenivano dal sottobosco, attenuati dalla distanza. Fissò quel panorama che gli tornava familiare fino a quando non si intromise una voce.<br />
<< Ti sei svegliato finalmente. >><br />
Sharan girò la testa a destra. C&#8217;era un giovane ragazzo umano coperto da un mantello rosso chiaro che osservava anche lui l&#8217;orizzonte. Sembrava fosse stato sempre lì, ma Sharan non l&#8217;aveva visto quando si era rimesso in piedi. Notò che aveva una piccola cetra in mano e i ricordi gli tornarono alla mente.<br />
<< Ti vedevo agitato. Hai sognato qualcosa di spiacevole? >><br />
Superando il rintontimento per quanto stava rammentando e la situazione in cui era, Sharan decise di rispondere prima alla domanda del bardo.<br />
<< Non che io ricordi. >> Gli rispose.<br />
<< Meglio così allora. Forza, c'è parecchia strada da fare. >><br />
Il ragazzo si avviò lungo la discesa della collina.<br />
<< Per dove? >><br />
<< Villnore credo...o Liliestadt. Forse già la Spina Dorsale. >> Rispose il bardo alzando il capo verso l&#8217;orizzonte. Una folata di vento più intensa attraversò il manto d&#8217;erba, senza smuovere però né i capelli né le vesti del giovane. << Sono stati giorni intensi i loro. Hanno dovuto spenderli per questioni improvvise. Noi saremo più veloci, probabilmente. Possiamo raggiungerli prima che passino il confine se ci sbrighiamo. >><br />
Riprese a camminare, diretto all&#8217;inizio dei boschi. Sharan cominciò a muovere qualche passo nella stessa direzione, mettendo una mano sull&#8217;elsa della spada che teneva al fianco sinistro. Al tatto gli arrivò una bizzarra sensazione e controllò il punto in cui la sua mano era andata a toccare. L&#8217;elsa era dorata, molto spessa come era ovvio per una spada a due mani. L&#8217;impugnatura era decorata con piccoli inserti di rubino che nell&#8217;insieme disegnavano una sorta di ala stilizzata. Il fodero era nero, con giusto una leggera rifinitura dorata sulla punta. Il pensiero che quella spada non fosse la sua gli attraversò la mente per un istante. Dette la colpa al sonno in cui suo malgrado era stato costretto.<br />
Scrollò il capo e si mise a correre per raggiungere il bardo che intanto proseguiva imperterrito.</p>
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		<title>Aggiornamenti</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2009 22:49:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Comunicazioni di servizio]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;&#160;Mood :&#160;determinedMusic :&#160;la tvTv :&#160;Radio AmericaSono morta?
No, sereni, esisto ancora. Semplicemente, gli esami mi hanno portato lontano dalla voglia di scrivere, e ora che li ho finiti riprendere è molto difficile. Prima di poter buttare su carta virtuale qualcosa devo concludere circa quattro post per i gdr in cui partecipo, perciò l&#8217;eventuale stesura di nuovi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;<div class="meta">Mood :&nbsp;<img src="http://www.seventh-sigil.net/iris/wp-content/plugins/myMooMus2/moodthemes/mulan_mood/determined.png" alt="determined"/>determined<br/>Music :&nbsp;la tv<br/>Tv :&nbsp;Radio America</div><p>Sono morta?<br />
No, sereni, esisto ancora. Semplicemente, gli esami mi hanno portato lontano dalla voglia di scrivere, e ora che li ho finiti riprendere è molto difficile. Prima di poter buttare su carta virtuale qualcosa devo concludere circa quattro post per i gdr in cui partecipo, perciò l&#8217;eventuale stesura di nuovi &#8220;capolavori&#8221; è rimandata a quando avrò finito i suddetti. Al momento non ho nulla di nuovo da segnalare, tranne la pagina ispirata dal blog di <a href="http://hifi.iobloggo.com/archive.php?eid=7">Caska</a>, ossia &#8220;Torre di vedetta&#8221;: qui inserirò cosa sto scrivendo e cosa scriverò, abbiate fiducia in me |3.</p>
<p>A presto!</p>
<p>EDIT: E prima o poi aggiornerò anche il Wordpress!</p>
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		<item>
		<title>Storia dei nomi non dati</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2008 01:08:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;&#160;Rated: G
Sommario: “Sì, neanche il mondo aveva preservato dei nomi. Per quanto ciò non rientri nel mio ruolo di Pensatore o Storico, certe volte mi viene da pensare che un mondo senza nome sia destinato a sparire presto.”
Personaggi: originali, senza nome
Genere: Introspettivo, Malinconico
Warnings: nessuno
Capitoli: one shot (?)
Note: nessuna
Completo: forse sì, forse no
Commento: Scritta una sera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;<div class="meta"></div><p><strong>Rated</strong>: G<br />
<strong>Sommario</strong>: “Sì, neanche il mondo aveva preservato dei nomi. Per quanto ciò non rientri nel mio ruolo di Pensatore o Storico, certe volte mi viene da pensare che un mondo senza nome sia destinato a sparire presto.”<br />
<strong>Personaggi</strong>: originali, senza nome<br />
<strong>Genere</strong>: Introspettivo, Malinconico<br />
<strong>Warnings</strong>: nessuno<br />
<strong>Capitoli</strong>: one shot (?)<br />
<strong>Note</strong>: nessuna<br />
<strong>Completo</strong>: forse sì, forse no<br />
<strong>Commento</strong>: Scritta una sera particolarmente mogia, mentre ascoltavo &#8220;Divenire&#8221; di Ludovico Einaudi. L&#8217;idea iniziale era diversa: due persone, una guerriera e l&#8217;altra una normale ragazzina, la prima che si chiedeva per quale motivo avesse deciso di raccogliere e proteggere una bambina ingenua e troppo spensierata per un mondo in guerra come il loro, trovata per caso in uno dei suoi viaggi senza meta. Forse l&#8217;avrebbe compreso la notte in cui l&#8217;avrebbe vista danzare nell&#8217;acqua, ma la storia che qui ho scritto è un poco diversa. Probabilmente molto influenzata dal libro di Murakami &#8220;Il paese delle meraviglie - La fine del mondo&#8221;, soprattutto dal secondo titolo. Ma quella notte sono nati il Guardiano e la Lacrimosa, e voglio loro altrettanto bene.</p>
<p><span id="more-61"></span><br />
Perchè facevo la guardia alla ragazza che stava davanti a me? Tra tutte le persone che potevano esistere al mondo, mi è stata affidata lei, una delle creature più bizzarre che una donna abbia partorito. Al di fuori appariva normale, non aveva tratti distintivi che la facessero spiccare in mezzo alla folla. Non aveva occhi di colore diverso l’uno dall’altro, non era alta o bassa, nemmeno aveva i capelli di una stramba tonalità. Tatuaggi, neanche l’ombra. Viso, direi normale. Il naso, la bocca, il colorito della pelle, tutto in lei era banale. In una folla non si sarebbe riusciti a riconoscerla con facilità. Non voglio dire che fosse brutta, tutt’altro. Anzi, se lo fosse stata, sarebbe spiccata tra tanti corpi anonimi. Ma ecco cos’era, anonima. Dire senza nome in realtà nel nostro mondo è come dire che il cielo è azzurro e il sole giallo. Nessuno di noi possiede una cosa simile, un insieme di parole e suoni che potrebbero distinguerci oralmente l’uno dall’altro in modo veloce ed immediato.</p>
<p>C’era un tempo in cui questo era possibile, uno lontano ed indefinito, così passato che nessuno se ne ricorda, nemmeno gli Anziani o i Libri. C’è chi li vende si dice…che se guadagni una cospicua somma puoi compratene uno da chi li custodisce, i Portatori. Vivono in lande remote, vivono nel sottosuolo, in realtà non vivono ma esistono da sempre, c’è chi vocifera che appaiano a chi ha raccolto la somma necessaria, altri a chi se lo merita. Con che criteri mi chiedo…<br />
Favole, belle favole, speranze di un mondo senza nomi. La nostra presenza è data dal nostro aspetto, dal nostro ruolo nella società. Io sono un Guardiano. Il mio compito è appunto proteggere chi mi viene affidato dai piani alti. La mia vita è stata scandita da allenamenti, studio delle tecniche di spada, tiro con l’arco, conoscenza del territorio e dei nemici che avrei potuto incontrare. Ciò ha fatto di me quello che sono. Questo dice agli altri e a me chi sono, quale è il mio scopo nella vita e cosa si aspetta il mondo da me. Nel momento in cui venissi meno ai miei doveri non potrei più venire riconosciuto dalla società che mi ha permesso di avere ciò che mi evita di sparire, un’identità. Sì, senza un nome che definisca il nostro ruolo, noi spariamo da questo mondo. Qualche Scienziato si è chiesto il perchè, ma non sono mai giunti ad una conclusione. Probabilmente perchè trovando la causa il loro motivo di esistere verrebbe meno, non avrebbero più altre cose sopra cui ricercare il perchè. Un suicidio professionale, e quindi se anche qualcuno ha trovato la strada per la soluzione, l’avrà dimenticata, o distrutta.<br />
Poco male, a me interessa ben poco. Io sto bene così come sono, non mi sono mai posto domande aldilà di quelle che mi servono per lavorare. A parte oggi, quando mi hanno affidato questa nuova protetta. Mi bastava sapere il suo ruolo e fin dove l’avrei dovuta scortare, o per quanto. Ho lavorato per anni, decenni. A giudicare dal colore dei miei capelli, oltre alla loro lunghezza, da molto, molto tempo. Credo con molta probabilità, che questo sarà il mio ultimo viaggio. Non mi duole troppo esserne a conoscenza, trovo che sia normale che ogni persona abbia la sua fine, prima o poi. Ho vissuto quanto basta per lasciare ottimi Memoria al Tempio, e con i servigi che ho dato sono speranzoso che mi riservino un bel posto al Giardino. Ci sono andato diverse volte, ad ogni addio di un compagno o una compagna, e da lì ho osservato spesso il panorama. Un bel posto, ho sempre pensato, anche quando del mondo non avevo che visto una minima parte.<br />
Lo vedrò presto, non appena questo viaggio sarà terminato. Anche se nutro i miei dubbi nei suoi riguardi. In tutti questi anni non mi è mai stato detto, al momento della consegna, ciò che mi è stato rivolto quel giorno dal chi di dovere.<br />
“Abbine particolare cura, è una scorta speciale quella che ti viene oggi affidata. Sii prudente, e non lasciarti colpire da lei.”<br />
Non ho mostrato particolare stupore o che, ma da come erano le premesse, credevo mi fosse stato affidato un Reale o un Funzionario di spicco. E’ usanza che l’ultimo viaggio sia diverso dai precedenti, per noi Guardiani. E invece…un’indefinibile essenza mi fluttua davanti, neanche pare certa di camminare ai miei occhi. La sua presenza è debolissima, paragonabile ad uno sbuffo di fumo bianco che si confonde con le nuvole estive se non fosse per la piccola coda attaccata al camino dal quale nasce.<br />
Tutto in lei riflette ciò che le è attorno. Il colore dei suoi capelli cambia col mutare del cielo, il suo corpo si perde fra altri, la sua ombra viene inghiottita da quelle dei passanti. I suoi occhi vagano e non si fermano da nessuna parte, nessuno li nota. Non è neanche un Fantasma, perchè le loro azioni possono influire nel nostro mondo qualche volta. Lei no. Ho dovuto fermarmi più volte il primo giorno per accertarmi di averla ancora a fianco e di non averla persa da qualche parte. Ogni volta lei era accanto a me, eppure io non ero riuscito a vederla se non dopo aver impegnato tempo ed energie.<br />
Prendimi la mano, le ho detto, ma quando l’ha fatto era come tenere fra le dita l’aria. Impalpabile e sfuggente, ho tentato di stabilire un contatto con lei parlandole, ma non è bastato. Ogni sua parola non appena entrava nel mio orecchio subito dopo ne sfuggiva, la mia mente non riusciva a darci peso e la lasciava andare via nel chiacchericcio definito della folla. Mi sforzavo di prestarle attenzione, di focalizzarla solo su di lei. Inutile, sono uscito dalla città con un mal di testa che non credevo di poter mai provare. Di certo, non lo avrei scordato nel rammentare il mio ultimo viaggio. Avrei dimenticato il perchè però, ne ero tristemente certo.<br />
Solo in alcuni fugaci attimi riuscivo a sentirla o vederla, e mi ancoravo a quelli per essere certo di adempire al mio compito. Difficile, ma dovevo farlo, accompagnarla nel posto in cui doveva andare. Era segnato nella mappa, ma non aveva un nome accanto. Il Fiume , la Montagna, il Mare, niente.<br />
Sì, neanche il mondo aveva preservato dei nomi. Per quanto ciò non rientri nel mio ruolo di Pensatore o Storico, certe volte mi viene da pensare che un mondo senza nome sia destinato a sparire presto.<br />
Non mi turba, è il ciclo delle cose. E presto mi unirò ad esso.<br />
Avevamo camminato per tutto il giorno anche oggi, e ora stavamo riposando dentro alla Foresta, una zona che si estendeva per parecchi chilometri. Ero stanco per la lunga marcia, ma improvvisamente non ricordavo da quanto mi ero accertato della presenza della protetta. Mi alzai di scatto e le chiesi se era lì, impegnando il poco di energia che mi restava per ascoltare ogni minimo movimento che avrebbe potuto produrre. Ripetei la domanda più volte, ma ero certo di non aver ricevuto alcuna risposta. Mantenni la calma, ma ero inquieto per la situazione. Il Buio rischiarato appena dallo spicchio di Luna che camminava in Cielo era il teatro della mia ricerca, gli Alberi dormienti gli spettatori del mio errare fra le loro ombre. Non so per quanto camminai, e per un poco fui certo di aver fallito la mia missione. Stavo aspettando di sparire così, mangiato da una striscia nera di ombra, quando sentii un suono. Non uno prodotto da un animale, sentii un pianto. Ne dedussi fosse umano. Per quanto la situazione di tristezza che probabilmente avvolgeva l’essere che stava ora sfogandosi in quel pianto fosse grave, per me si accese una speranza, seppur flebile. Forse quella persona aveva visto, per qualche fugace attimo, la mia protetta. Desiderio difficile da realizzarsi, ma fu questo che mi spinse a raggiungere la fonte del pianto, nessun altro. Curiosità, peità, interesse, erano secondari. La mia vita esisteva in funzione del mio ruolo. Anche se credo per la prima volta, provai una sensazione strana nel mettere la mia esistenza in cima alla mia lista di priorità.<br />
Corsi tra gli alti fusti e i tetti di fronde, fino a quando mi ritrovai all’ingresso di una piccola radura, uno spiazzo non occupato da alberi, bensì da acqua. Un Lago, seppur di modestie dimensioni. Mi fermai sul margine e vidi la mia protetta. L’acqua le arrivava alle ginocchia e mi dava le spalle. Non era troppo lontana da me, perciò decisi di chiamarla per farla voltare nella mia direzione e farle segno di uscire. Ma ricordai solo allora che non sapevo neanche il suo ruolo. Non ci avevo pensato, avevo passato la giornata a cercare di ricordarmi della sua esistenza che a preoccuparmi di sapere il suo ruolo. Cercai di indovinare quale fosse il suo obiettivo, la sua ragione di esistere, ma non mi venne in mente nulla che potesse definirla. Restai a guardarla corroso dal dubbio e l’incertezza, quando lei si girò verso di me.<br />
La sua figura, a metà fra la flebile luce lunare e l’ombra di un albero che si allungava sulla sua schiena, mi apparve per la prima volta definita e reale. Potevo distinguere ogni parte del suo corpo, la sua presenza non spariva nella luce o nel buio, ne veniva esaltata anzi.<br />
Inconsciamente avevo iniziato a muovermi verso di lei. I miei piedi erano affondati nel suolo fangoso del Lago, e ogni mio passo sollevava una nuvola scura di terra che mi nascondeva i piedi alla vista. Il mio mantello fluttuava nell’aria e si inabissava poi nell’acqua attaccandosi alle mie gambe quando le fui finalmente di fronte. Da quella minima distanza, finalmente scorsi i capelli, la pelle, il viso, i suoi occhi e il suo abito in modo chiaro. Era tutta bianca, in ogni sua parte. Perfino le labbra. Tutto in lei appariva sbiadito, scolorito, tendente al bianco.<br />
Tutto tranne due sottili righi luminosi che le scendevano da un angolo degli occhi e le attraversavano il volto interrompendosi quando questi terminava. Ne avevo sentito parlare delle Lacrime, anche se non le avevo mai viste. Rimase a fissarle rapito, fino a che non mi ricordai dell’avvertimento che mi era stato fatto prima dell’inizio della missione. Mi ridestai da quell’incanto, ma una domanda si agitava nella mia testa. Non avrei dovuto farla, non era il mio ruolo di Guardiano chiedere, parlare. Esistevo per proteggere, combattere, agire. Superare i confini del mio scopo mi avrebbe portato allo stesso destino che mi attendeva nel caso non avessi portato a termine il mio compito. Lo sapevo bene, come tutti. Eppure lo feci.<br />
<< Tu chi sei? >><br />
Firmare la mia fine all’ultimo viaggio, senza averlo portato a termine. La mia perfetta carriera mi sembrò così effimera in quel momento a causa della sua ridicola conclusione.<br />
Lei mi fissò. Aveva un bel viso, e anche dei begli occhi, secondo me.<br />
<< Sono una Lacrimosa. Colei che piange per le persone di questo mondo. >><br />
Dame bianche che portavano con loro il peso delle emozioni di noi tutti, quelle che non erano necessarie al nostro ruolo, per permetterci di pensare solo ai nostri compiti ed adempirli al meglio, così da vivere più a lungo. Si svuotavano di tutto per riempirsi dei sentimenti di altri perdendo la loro presenza fisica, perdendosi forse in essi, vivendo solo la sensazione che il loro ruolo concedeva.<br />
Pensai che non era paragonabile al panorama del Giardino, ma svanire di fronte a quella presenza non sembrava una condanna. Azzardai un’ultima sfida al Tempo che mi restava ancora.<br />
<< E perchè viaggi, se il tuo posto è nel Tempio fino alla fine della tua esistenza? >><br />
Mi osservò a lungo, prima di darmi una risposta. Ebbi paura di sparire prima di sentirla.<br />
<< Per cercare un nome e liberarmi così da questa prigione. >><br />
<< I Portatori non esistono, sono esistenze effimere che non appartengono a questo mondo. >><br />
Ero certo che sarebbero state le mie ultime parole, e fui felice di riuscire a dirle tutte. Avrei preferito non fossero quelle le ultime però. Che stranezza, per noi non era possibile parlare se non nel necessario, ma ci stavo riuscendo.<br />
<< E' falso. >><br />
<< Perchè dici questo? >><br />
<< Perchè ne conobbi uno, tempo fa. Mi promise che quando avrei posseduto una cosa, mi avrebbe offerto un nome in cambio di essa. Per questo ho iniziato il mio viaggio. >><br />
<< Credi in qualcosa che non è mai esistito, di cui nessuno è certo. >><br />
<< Qualcosa come te. >><br />
<< Non comprendo ciò che dici. >><br />
Sorprendentemente, sorrise. Una Lacrimosa non avrebbe potuto farlo.<br />
<< Sei un Guardiano che ha infranto la Legge del ruolo. Dovresti essere sparito, eppure tu sei ancora qui. >><br />
Avevo tentato di non prestarci attenzione, sentivo molte delle mie certezze crollare per questo fatto. Mi costrinsi però a capire che il riflesso del mio corpo nell’acqua, la mia figura che continuava a essere presente davanti alla ragazza, il vento che seguitava ad agitare il mio mantello non erano illusioni, ma fatti. Io esistevo ancora.<br />
<< Tu sei la prova che confuta le leggi del mondo, come me. Io sono la Lacrimosa che può sorridere. >><br />
Mi tese la mano nuda gocciolante d’acqua. Istintivamente le allungai la mia guantata dall’armatura e la racchiusi in essa.<br />
<< Io... >> I miei occhi vedevano la giovane, e nello stesso tempo sembrava che scorgessero tutto ciò che era stata la mia esistenza fino a quel momento. << sono il Guardiano che non è sparito. >></p>
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		<title>Sfumatura</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 00:02:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;Rated: G
Sommario: “Era un bianco&#8230;terribilmente splendente sotto quelle luci.”
Personaggi: Enryol, Luthen
Genere: Generale
Warnings: drabble - AU
Capitoli: one shot
Lista: 15 colori
Numero: #6.Celeste
Note: dopo Las Vegas
Completo: sì
Commento: La mia prima drabble, ossia, scritto molto breve. Di norma, non più di 100 parole, ma è una definizione che ho sentito può essere presa molto alla larga. In questo caso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;<div class="meta"></div><p><strong>Rated</strong>: G<br />
<strong>Sommario</strong>: “Era un bianco&#8230;terribilmente splendente sotto quelle luci.”<br />
<strong>Personaggi</strong>: Enryol, Luthen<br />
<strong>Genere</strong>: Generale<br />
<strong>Warnings</strong>: drabble - AU<br />
<strong>Capitoli</strong>: one shot<br />
<strong>Lista</strong>: 15 colori<br />
<strong>Numero</strong>: #6.Celeste<br />
<strong>Note</strong>: dopo Las Vegas<br />
<strong>Completo</strong>: sì<br />
<strong>Commento</strong>: La mia prima drabble, ossia, scritto molto breve. Di norma, non più di 100 parole, ma è una definizione che ho sentito può essere presa molto alla larga. In questo caso, appena due pagine di word, coff. E&#8217; stato&#8230;immediato nella concezione, e veloce nell&#8217;esecuzione (credo sui 40 minuti). Ma visto che i temi da toccare in quella notte son molti, come anche in quelle a venire, ho inaugurato coi 15 themes, colori. E nonostante la frase estratta per il sommario, il colore resta il celeste.</p>
<p><span id="more-43"></span><br />
<< Luthen? >><br />
Era finita la giornata, cominciava la notte, per lei invece non ci sarebbe stato riposo. Solo quella piccola pausa, per bere uno dei tanti caffé che l&#8217;avrebbero accompagnata in quella lunga veglia. Aveva appena preso il secondo, quando si accorse che dietro di lei, appoggiata al muro, stava la ragazza dalle sferette nei capelli. La luce in quella parte era stata spenta, l&#8217;unica fonte luminosa era data dal distributore di bevande. Ma lei l&#8217;avrebbe riconosciuta su un milione.<br />
<< Ciao Enryol. Come va? >><br />
Sbuffò dal naso, sorridendole.<br />
<< Mi piacerebbe risponderti "come al solito". >><br />
<< Pure io. >><br />
La dottoressa soffiò sul caffé, da cui bevve un piccolo sorso.<br />
<< Ti vedo delusa. >> Le disse la Valkyria.<br />
<< Sì, non mi ha messo lo zucchero. >><br />
<< Oh...succede alla volte. Però tu esageri spesso con le dosi. >><br />
<< Ne ho bisogno. >> Rispose sorridendole, la sua solita battuta sulle quantità astronomiche  di dolcificante che metteva su ogni cosa. L&#8217;unica volta che Luthen sbagliò bicchiere prendendo il suo, l&#8217;espressione che le si disegnò in volto fu la causa dei dieci minuti di risate ininterrotte che fecero temere per la sua morte.<br />
<< Drogata. >><br />
<< Parla lei. Immagino che ti sei dimenticata la dose a casa, dico bene? >><br />
<< Mm? >><br />
<< I sonniferi Lulù. >><br />
La mora cadde dalle nuvole e si lasciò sbattere la testa contro il muro mentre fissava il soffitto.<br />
<< Non sono io ad averne bisogno stasera. E poi credo non chiuderò direttamente occhio. >><br />
<< Vuoi farmi compagnia quindi? >> Incrociò le braccia tenendo il cartone del caffè in mano. Le rivolse la domanda come fosse una presa in giro, inclinando leggermente il capo.<br />
Luthen fece segno di diniego.<br />
<< Vorrei, ma ti sarei solo di impiccio. >><br />
<< Appunto. E lo sarai ancora di più se mi passi la notte in bianco e resti a fissare il vuoto senza neanche la forza per alzare un braccio. >><br />
Luthen sospirò, mettendosi le mani nelle tasche del cappotto. Volse lo sguardo verso una delle finestre che davano sul deserto di Las Vegas, o Zona come ormai tutti la chiamavano.<br />
Fece lo stesso anche la bionda, sfiorando con le labbra il liquido ancora caldo del bicchiere.<br />
Passò il vento, facendo salire verso il cielo un grande velo di sabbia, che andò a tener compagnia alle nuvole per un breve lasso di tempo. Ricadde infine a terra.<br />
Con la coda dell&#8217;occhio, Enryol spostò lo sguardo sulla compagna, che invece lo teneva fisso sul paesaggio desolato. Le sferette alla fioca luce che proveniva dall&#8217;esterno erano di colore grigio. Chiuse le palpebre e le riaprì per guardare di nuovo fuori.<br />
<< Ti ho già rubato troppo del tuo poco e prezioso tempo Enry. >> Luthen si dette una spinta con uno dei tacchi degli stivaletti, e si staccò dal muro. << Ma non voglio che ti preoccupi. Dammi pure una di quelle. >><br />
<< Quante ne hai prese in questa settimana? >><br />
<< Due per cinque giorni, come avevi detto. >><br />
<< Oh che brava, hai saltato una notte quindi. E con questa sarebbero state due. >><br />
<< Mi spiace. >><br />
<< Sì sì sì, lo so, lo so, stupidina. >> Facendole la linguaccia Enryol si mise una mano nel taschino, ne estrasse poco dopo due piccole pillole celesti che porse all&#8217;amica. << Tieni, drogata. >><br />
<< Grazie, futura diabetica. >> Rispose con finta sufficienza mentre le prendeva con garbo dal palmo della dottoressa.<br />
<< Vedi di prenderle queste però, intesi? >><br />
<< Intesi, mamma. >><br />
<< Brava lei. >> Tanto per stare nella parte, le diede un buffetto sulla guancia, che non fu molto gradito dall&#8217;altra parte in causa, con sommo gaudio di Enryol. << Ehi, sai che sono proprio proprio morbidose? Come fai a tenerle così eh? >><br />
<< Genetica, presumo. Ora smettila, mi fai male. >><br />
<< Ma è divertenteeeee >><br />
<< Un medico non dovrebbe far star male, il contrario. Quindi smettila dai. Enryol! >><br />
Quest&#8217;ultima cominciò a ridacchiare in modo più sentito mano a mano che procedeva nella pratica.<br />
Poi la suoneria della sua PCPU fece l&#8217;eco nel corridoio vuoto. La presa delle dita si affievolì e con un profondo sospiro Enryol aprì la chiamata. Luthen osservò l&#8217;amica cambiare in pochi secondi d&#8217;espressione, passando da quella giocosa a cui era abituata fin da piccola a quella seria e ormai professionale che il suo grado le aveva fatto assumere.<br />
<< Arrivo subito. Tenetelo in vita fino a che non entro in stanza. >> Fece un breve ma sentito cenno di saluto alla ragazza, riservandole l&#8217;ultimo sorriso di quella notte. Lei rispose altrettanto, e la lasciò correre verso la nuova urgenza. Le porte si aprirono e poi chiusero al suo passaggio e Luthen rimase sola.<br />
Riservò un&#8217;occhiata alle pillole nella sua mano, per poi chiudere il pugno e dirigersi verso il suo alloggio.<br />
Ovunque andasse, vedeva e analizzava.<br />
Gente che si era salvata, gente che non ce l&#8217;aveva fatta. Li portavano via dentro dei sacchi, come avessero in mano un carrello della spesa e non una barella, poi filavano via.<br />
Tenne lo sguardo puntato su uno di quelli che le passò vicino e lo seguì con gli occhi. Era un bianco&#8230;terribilmente splendente sotto quelle luci.<br />
Scomparve dietro un angolo e non lo vide più. Si voltò, riprese a camminare. Attorno a lei, tante, tante persone. Alcuni su dei letti, alcuni in piedi, preda di emozioni diverse e contrastanti. Lacrime e sorrisi per fare i due gruppi più numerosi, a minima distanza l&#8217;uno dall&#8217;altro. Altri erano addormentati, come quelli a cui passò affianco. Riconobbe una di loro, a cui rivolse un tenue sorriso, ma si guardò bene dal non svegliarla. Un po&#8217; la invidiava, stretta in quella coperta. Riconobbe la mano di Enryol nel biglietto che giaceva tra di loro, e a giudicare dalle X poste alla fine del nome, doveva essere una buona notizia.<br />
In un primo momento, passando vicino alla zona degli hangar aerei, le balenò in testa di portare saluti a Dely e alla sua compagnia. Ma se con Sebastian e con lo stesso Capitano Zazie non avrebbe avuto problemi ad intavolare una minima conversazione, lo stesso non poteva ancora dire della strana ragazza che era in seconda al comando. Dely la adorava, ma preferiva non turbarle la serata. Non che la cuginetta se ne sarebbe accorta&#8230;l&#8217;avrebbe vista domani, comunque.<br />
Evitò accuratamente di incrociare Rebecca, Rydia invece chissà dove era finita. Forse quello che l&#8217;aveva fermata era il suo ragazzo&#8230;Valkyria internazionale e membro della GIA, non male davvero.<br />
Passò la carta magnetica, si aprì lo sportello della sua piccola e angusta camera. Essere d&#8217;èlite non sempre ti fa avere le stanze più grandi.<br />
Poggiò con cura il cappotto all&#8217;appendino e si recò subito al bagno. Accese le luci attorno allo specchio e aprì l&#8217;armadietto che stava poco distante. La sua mano superò spazzolini, dentifrici e pettini, si chiuse attorno a un barattolo, ormai pieno al culmine di pillole celesti. Svitò il tappo e mise quelle che aveva ancora in mano assieme alle altre. Lo osservò per un momento, riponendolo poi dove era il suo posto.<br />
<< Cosa non faccio per rivedervi...ringraziatemi con uno scenario migliore di quello di ieri notte, stupidi. E migliore di...questo. >><br />
Con un colpo chiuse l&#8217;armadietto, e poggiò le mani sul lavandino che aveva di fronte. Le immagini di quella che era stata un&#8217;infanzia trascorsa con Rose e Jotaro al suo fianco sfumavano dalla realtà, al mondo delle cose che non erano più.<br />
<< Di nuovo...maledetto...maledetto mondo. >></p>
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		<title>Il sogno, l&#8217;incubo e lei</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 23:26:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[30 Themes]]></category>

		<category><![CDATA[Seventh-Sigil]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;&#160;Rated: PG - Genitori
Sommario: “Come un principe costretto a lasciare la sua gente, ma che dopo sacrifici e imprese, sarà abbastanza forte da poter sconfiggere l&#8217;avversario che gli ha rubato tutto.”
Personaggi: Sharan, altri
Genere: Introspettivo - Malinconico - Drammatico
Warnings: None
Capitoli: one shot
Completo: sì
Lista: Melodies of Life (parte A)
Numero: #12. Skating around the truth who I am, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;<div class="meta"></div><p><strong>Rated</strong>: PG - Genitori<br />
<strong>Sommario</strong>: “Come un principe costretto a lasciare la sua gente, ma che dopo sacrifici e imprese, sarà abbastanza forte da poter sconfiggere l&#8217;avversario che gli ha rubato tutto.”<br />
<strong>Personaggi</strong>: Sharan, altri<br />
<strong>Genere</strong>: Introspettivo - Malinconico - Drammatico<br />
<strong>Warnings</strong>: None<br />
<strong>Capitoli</strong>: one shot<br />
<strong>Completo</strong>: sì<br />
<strong>Lista</strong>: Melodies of Life (parte A)<br />
<strong>Numero</strong>: #12. Skating around the truth who I am, but I know, dad, the ice is getting thin<br />
<strong>Note</strong>: ambientato in due momenti, uno è di bg di Sharan, l&#8217;altro è di SS0.<br />
<strong>Commento</strong>: la lettura di Watchmen, in particolar modo del capitolo dedicato a Jon mi ha ispirato questo brano una notte. Tempo due giorni ed era finito, capita così raramente che sono fiera del risultato. Come al solito Sharan ha la mia attenzione, vedremo quando torna nella storia se continuerà ad essere così oppure qualcuno prenderà il suo posto.</p>
<p><span id="more-21"></span><br />
Pavimento di marmo, lastroni gelidi. Piove. Un velo d’acqua ricopre tutto e mi bagna le piante nude dei piedi. Sono diritto, nel silenzio, perché non sento davvero nessun rumore. Vedo le gocce che si frantumano a terra, sulle statue, rigano i vetri e i cocci che sono accanto a me, ai miei piedi. C’è il fuoco che lotta per non soccombere alla pioggia, ma sarà invano, alla fine sarà sopraffatto. Eppure continua a bruciare tutto quello che ha conquistato. Legno, pareti, oggetti, quadri, drappi, il corpo di mia madre.<br />
Le fiamme avvampano a pochi metri da dove mi trovo io, ciononostante non riesco ad avvertire il calore che emanano. Non credo sia grazie all’acqua, anche se è l’unica spiegazione che riesco a darmi.<br />
…In realtà, mi sforzo di trovare un motivo solo per non ammettere che sono scosso. Ma chi non lo sarebbe? Ho sei anni…posso avere rabbia, paura, odio senza un freno. Sono una creatura pura, posso rifugiarmi in questo fiume impetuoso che sento scuotermi le membra e che mi fa girare la testa. Temo di perdere l’equilibrio da un momento all’altro, non so neanche dire e mi sento pesante come un macigno o leggero come una piuma. Posso solo dire che non sono stabile, e che cadrò. Per un motivo o per l’altro, cadrò.</p>
<p><em>No, non devo cadere. Me lo continuo a ripetere. Mi sta guardando, avverto il suo sguardo che mi trapassa la schiena. Mi brucia più delle parole degli altri, degli insulti sussurrati, degli epiteti che mi piombano addosso. Darei questo braccio per non dover continuare a tirarmi addosso il loro odio. A che serve ripetersi che è giusto così, che in questo modo posso salvarli, e non riesco ad evitare di sentire cosa dicono?<br />
La spada è pesante, improvvisamente.</em></p>
<p>L’acqua è trasparente, ma ciò che scorre sotto al fuoco e mi raggiunge è rosso. E’ il sangue di mia madre, dei miei zii, dei miei nonni. Lo stesso che scorre nel mio corpo e mi fa vivere. Ma se ora è sotto di me, e mi scivola via, significa che io sono morto?<br />
Ecco perché non sento il fuoco che brucia davanti a me, capisco. Non sento suoni, non sento dolore, non sento freddo. Sono morto, avrei dovuto arrivarci prima. Però, se è così, perché non si alzano? Madre, sei ancora scomposta. Se non ti alzi, continuerai a bruciare. I tuoi capelli lo sono già, un tuttuno col fuoco.</p>
<p><< Sharan, hai fatto ancora quel sogno? >><br />
I suoi capelli argentati cadono sull’abito bianco confondendosi in esso. Sembra vestita di luce, mentre siede con me in giardino.<br />
<< Perché me lo chiedi madre? >><br />
<< Per curiosità. Era la prima volta che ti sentivo parlare di uno ricorrente. Volevo sapere come andava a finire. >><br />
<< Non è finito. Io te l’ho detto, con lei mi trovo tutte le notti, e sto in sua compagnia fino a quando non mi svegli. Non è una storia. >><br />
Che ho detto di così divertente per farla sorridere?<br />
<< Sei convinto che solo le storie abbiano una fine? >><br />
<< Mi sbaglio forse madre? >><br />
<< Non sai quanto. >> Sfoglia un libro, gira la pagine con delicatezza pari a quella che riserva per le mie carezze e riesce a far risuonare un gesto così semplice come fosse parte di una melodia.<br />
<< Ogni cosa ha un inizio e una sua conclusione. Il giorno…la notte. Gli oggetti, le persone, non vi è al mondo pensiero o essere che non terminerà di esistere. >><br />
<< Anche i sogni? >><br />
Avverte il tono deluso della mia voce, alza gli occhi dal libro e li posa su di me.<br />
<< I sogni sono storie che viviamo altrove, in un mondo diverso da questo. Sì, anche loro un giorno si concluderanno. Ma io penso >> Piega le pagine del libro, un lungo fruscio accompagna il fluire dei fogli sottili. << Che il tempo in quegli spazi in cui ci avventuriamo durante la notte scorra in modo differente dal nostro. Alcuni più veloci dello scandire di Lark, altri più lenti. Se il tuo è uno di quest’ultimi, allora la sognerai ancora per molto tempo. >> La copertina del libro mise fine al loro incidere nell’aria.</p>
<p><em>Vorrei poterlo definire incubo. Significherebbe che avrà una fine in un mondo diverso da questo. Che mi sveglierò, e tu accanto a me non mi rivolgerai altro se non uno sguardo assonnato e mi darai di nuovo prova di quanto il malumore si veda al mattino. Potrebbe durare secoli tutto questo, il disprezzo, l’incredulità, l’impotenza, mi basterebbe che fosse in una dimensione diversa. Non ho idea di quanto potrò ancora sopportare il tuo silenzio, mi pesa su un punto del corpo che non posso allontanare da me.</em></p>
<p>Non si muove. Mia madre non si muove. Neanche io mi muovo. Eppure avverto che tra di noi c’è una differenza. Io sono in piedi, lei è accasciata al suolo, il fuoco balla sopra di lei. Mi sfiora, continuo a non avvertire il suo tocco. Non riesco a staccarle gli occhi di dosso. Continuo a non capire. Se sono morto, perché non sono come lei?<br />
Non riesco a muovermi, e sono in piedi.</p>
<p><< Cornelius. >></p>
<p>Mi volto senza fretta verso la voce maschile che ha parlato. Dapprima scorgo una indefinibile massa più scura nell’alone d’ombra che attornia la fiamme. Poi questa esce e mi si mostra.<br />
Mia madre odia quel nome. Odia anche chi lo usa per riferirsi a me. Odia soprattutto lui, mio padre.<br />
Il corpo massiccio serrato da un’armatura dalle forme spigolose e taglienti, il volto duro, freddo, distaccato con cui mi osserva, e da che ho memoria mi ha sempre rivolto. La spada sguainata al suo fianco, sporca del sangue che mi scorre sotto i piedi, la tiene con sicurezza, la mostra come prova della sua presenza e forza, quasi fosse una sua estensione. Come in effetti è.<br />
<< Quanto ancora vorrai fissare i cadaveri consumarsi? Qualcosa che cessa di esistere non merita maggior attenzione che quella riservata a degli scarti da buttare. Soprattutto per una sporca traditrice come lei. >> Dà un calcio a qualcosa, li butta sul cadavere che il fuoco sta mangiando.<br />
Rivolgo di nuovi gli occhi a quelle fiamme.<br />
Mi viene da pensare solo a una cosa, che non vi è al mondo un essere che non smetterà prima o poi di esistere. Mia madre non era un’eccezione. Rimaneva quel dubbio…io avevo smesso di esistere?</p>
<p><em>Non sono più Rockefort, forse non lo sono mai stato pienamente. Ho creduto di poter essere lui, di vivere come lui. Come l’anello di pietra che protegge il mondo dalla dimora di mio padre, una cinta muraria che avrebbe impedito ai mostri che inevitabilmente mi seguono di poter nuocere alla gente alla quale sto accanto. La mia forza non è stata all’altezza, le orde di nemici mi assaltano, ogni loro passo scheggia il suolo. Assaltano con spade e asce, buttano giù i resti inneggiando alla loro vittoria con urla e insulti al cielo. Le mie guardie sono inermi, come me hanno compreso che la favola è terminata.</em></p>
<p><< Per questo sono venuto, mi auguro non troppo tardi. Lasciarti a lei è stato un errore, vedo che ti ha già reso inerme alla vita e al suo corso. Sarò pronto a colpirti allo stesso modo se solo vedrò una lacrima sporcarti il viso, sappilo. Alza il tuo volto, perché da oggi non sei più un Wagner, sei un Cromwell. Condividi il sangue di lei, ma anche il mio. E quello di tua madre ora è versato, non è più. >></p>
<p><em>La mia ambizione non è mai stata quella di essere un principe, ma anche da semplice cavaliere, avrei voluto essere un aiuto, non un dispensatore di disordine e morte. Ho provato, tante volte, fallendo sempre. Alzarmi e ritentare, cadere di nuovo, alla fine sono solo fuggito. Fuggito…?<br />
Ah, ho compreso.</em></p>
<p>Ho capito. Io ero Sharan. Io ero Cornelius. Mio padre aveva ucciso mia madre. Mio padre aveva colpito Sharan. Restava Cornelius. Un altro me, forse. Un’altra occasione di vivere. Tutte le cose avevano una fine. Io ne avevo due, e una stava lottando per non soccombere. Risento il calore del fuoco, l’acqua sulla mia pelle, il freddo che mi avvolge, l’odore di carne bruciata di cui è satura l’aria e il fumo.</p>
<p><em><< Abbiamo chiesto, chi sei?>><br />
<< … >></em></p>
<p>Un sogno ed un incubo, ho due strade davanti a me ed una mi è stata preclusa. Per il momento.<br />
Rivolgo lo sguardo asciutto verso il carnefice di mia madre e lo sostengo. Sharan è troppo debole, lo faccio fuggire. Cornelius tiene la strada bloccata, richiamando su di sé l’attenzione del nemico per permettere all’altro di correre verso l’esilio di un mondo avvolto dalle nebbie del sogno.<br />
Sarò quello che l’incubo vuole, fino a che il sogno non si riprenderà e verrà a reclamare quello che gli spetta. Come un principe costretto a lasciare la sua gente, ma che dopo sacrifici e imprese, sarà abbastanza forte da poter sconfiggere l&#8217;avversario che gli ha rubato tutto.</p>
<p><em>Io non potrò mai essere quel sogno.<br />
<< Sono Cornelius Cromwell, figlio di Leier Cromwell. E gli ospiti che vi ho portato sono Myriam Longfellow e la sua deliziosa compagnia. >><br />
Sono sempre fuggito da ciò che era già, dalla mia sconfitta. L’incubo non è finito, temo non lo sarà mai. Il sogno non è mai tornato e l’incubo mi perseguita ovunque io cerchi di rifugiarmi. Una vita normale, degli amici, una persona cara, una famiglia. Mi ritrova sempre, non c’è scampo, non ce ne sarà mai. Questa è la mia vita, e io l’ho solo presa in giro per tutto questo tempo.</em></p>
<p>Però<br />
<em>Però</em><br />
Se anche dovrò piegarmi alla sua volont<br />
<em>Nonostante la pena sembra non avere mai fine durante il giorno</em><br />
Quando chiuderò gli occhi, troverò sempre riposo<br />
<em>Quando il sole cala, ho sempre trovato rifugio</em><br />
In quella collina<br />
<em>Su quell&#8217;altura</em></p>
<p>E quella bambina.<br />
<em>E lei.</em></p>
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		<title>Regalo di un attimo</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 23:15:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;Rated: G
Sommario: “Ma nel momento in cui li viveva era convinto che il tempo potesse fermarsi e espandersi in eterno, attorno a sè, attorno alla sua essenza e al suo esistere, perchè era questo ciò che voleva e ambiva più di ogni altra cosa.”
Personaggi: Yin, Nimid
Genere: Generale
Warnings: None
Capitoli: one shot
Completo: sì
Lista: Melodies of Life (parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;<div class="meta"></div><p><strong>Rated</strong>: G<br />
<strong>Sommario</strong>: “Ma nel momento in cui li viveva era convinto che il tempo potesse fermarsi e espandersi in eterno, attorno a sè, attorno alla sua essenza e al suo esistere, perchè era questo ciò che voleva e ambiva più di ogni altra cosa.”<br />
<strong>Personaggi</strong>: Yin, Nimid<br />
<strong>Genere</strong>: Generale<br />
<strong>Warnings</strong>: None<br />
<strong>Capitoli</strong>: one shot<br />
<strong>Completo</strong>: sì<br />
<strong>Lista</strong>: Melodies of Life (parte A)<br />
<strong>Numero</strong>: #19. This moment is eternity<br />
<strong>Personaggi</strong>: Yin, Nimid<br />
<strong>Commento</strong>: Ci ho messo mesi a concluderla, l&#8217;avevo lasciata incompleta. Ora che è terminata sono soddisfatta, è venuta meglio di come mi aspettavo, almeno come tematica. Yin e Nimid sono due evocazioni di Munela, qui in forma umana, ma non ho spiegato cosa le ha portate in quello scenario, nè a cosa si riferiscono. Non che questo pesi sulla storia, quando arriverà il tempo ci sarà tutto il dialogo rivelatore, per ora sta bene così come è.</p>
<p><span id="more-19"></span><br />
Si tolse uno dei due calzari e posò il piede nudo sull&#8217;erba umida. Una sensazione di morbido e fresco lo pervase e lasciò che il suo corpo potesse contemplare quel momento senza che ci fossero parole a interromperlo. Concentrò tutti i suoi pensieri nel semplice stato in cui era, sforzandosi di poter abbracciare ogni singolo aspetto che il suo corpo fosse capace di percepire. I fili d&#8217;erba piegati sotto il suo peso, quelli liberi che gli sfioravano la pelle, la terra che gli bagnava la pianta del piede. Non erano che una minima porzione di quanto lo circondava, come il vento che gli scuoteva i capelli e si introfulava tra gli abiti, o il profumo leggero e appena avvertibile della rugiada che si alzava verso il cielo. Aprì gli occhi, rimanendo ad osservare quel blu scuro che si scoloriva lento e inarrestabile per cedere il passo al viola, il quale faceva lo stesso nei confronti di un rosa leggero, quasi impercettibile. E poi anche lei perdeva intensità, mutandosi in un ancora appena accennato bianco. Lì, aldilà delle colline scure che si stagliavano all&#8217;orizzonte, il sole si stava svegliando. E le stelle che gli avevano fatto da tetto si ritiravano, trascinando la loro luminosa essenza lontano, come assorbite da quel blu che prima le aveva esibite con tanto orgoglio.<br />
<< Le candele della notte disperdono la loro fiamma davanti al soffio del mattino. >> Sussurrò a sè stesso.<br />
Era un&#8217;alba che si prospettava perfetta, senza nuvole a interrompere il flusso tonale che avrebbe condotto ancora una volta la luce sulla terra. Continuava a fissare quello spettacolo che lentamente si muoveva davanti a lui, con il solo intento di poterlo assorbire nei suoi occhi. Avrebbe voluto ubriacarcisi, rompere gli occhi in mille pezzi e lasciare che quello spettacolo potesse cadere dentro sè stesso, affogandolo in un oceano di stelle e raggi, perdere la concezione del sopra e del sotto per volteggiare in quelle acque impalpabili di cielo. Evento che non accadde.<br />
Lui era ancora là, eretto, con un piede scalzo sull&#8217;erba bagnata, a sentire solo il vento che lo avvolgeva e ad osservare il risveglio del mondo. Socchiuse le palpebre mentre sentiva il naso cominciare a pizzicargli dall&#8217;interno. Inspirò ed enspirò profondamente, facendo in modo che l&#8217;aria fluisse addosso alla sua lingua per sentirne il movimento. Quell&#8217;umidità e quel sapore, anche essi svanivano un attimo dopo che li aveva provati. Ma nel momento in cui li viveva era convinto che il tempo potesse fermarsi e espandersi in eterno, attorno a sè, attorno alla sua essenza e al suo esistere, perchè era questo ciò che voleva e ambiva più di ogni altra cosa. Quella perfezione gli sfuggiva subito come il soffio che gli usciva dalla bocca, tradendolo sempre nella sua utopica idea di continuità; pur sapendolo, non riusciva a fermarsi e sperava che quel momento, fosse quello definitivo, l&#8217;ultimo, il solo, l&#8217;unico.</p>
<p>Passi, il cui ritmo conosceva così bene da non poterla confondere. Immaginò la sua lunga chioma volteggiare, toccarle appena le spalle e poi ritornare a dondolare nell&#8217;aria. Sapeva ogni suo movimento, conosceva a menadito ogni sussulto del suo corpo e della sua pelle mentre si contraeva e espandeva per respirare.<br />
Non aveva bisogno di voltarsi, la sua immagine era nitida nella mente, non si sarebbe discostata dalla realtà.<br />
<< Che stai facendo? >><br />
L&#8217;uomo si voltò con una mano sul fianco, spostando lo sguardo su una alta e longilinea figura di donna dai capelli argentati che sostava a pochi metri da lui. Una delle sue mani teneva l&#8217;elmo rosso ornato d&#8217;oro dal quale scendeva un lungo velo trasparente che sfiorava i lunghi fili d&#8217;erba, mentre l&#8217;altra era distesa lungo il corpo e il braccio toccava appena la custodia di una spada. Tutta la sua armatura era del colore del tramonto più intenso, con ricche rifiniture dorate: risvolti, nastri, non li aveva mai potuti classificare in una singola categoria.<br />
Eppure, per quanto fosse un&#8217;opera perfetta, di quell&#8217;armatura l&#8217;aveva colpito sempre e solo quel velo che scendeva dalla parte posteriore dell&#8217;elmo. Non aveva un&#8217;utilità in battaglia, e pur di ottima fattura, cozzava con il resto del corredo e con l&#8217;indole della donna. Il pensiero di lei era sempre rivolto al valore, alle gesta che avrebbe dovuto compiere e a quanti nemici avrebbe dovuto sconfiggere prima che il sole tramontasse. Mentre quel velo gli ricordava troppo il vestito di una sposa. Davvero troppo diverso il camminare lento di una donna che si avvicinava ad un altare dalle sue usuali corse nel sangue e i cadaveri che cadevano sotto la sua spada. Al posto dell&#8217;organo o degli archi l&#8217;unica musica che accompagnava il suo avanzare erano le grida di alleati e nemici intervallate da cozzare di spade. E il suo sposo qual&#8217;era? Non certo una persona in carne ed ossa. Alla fine, di chi sarebbe stato il volto del suo compagno? Morte, vittoria, onore? Ma lei non sembrava farci caso.<br />
Pensandoci, se avesse voluto le sarebbe bastato un gesto e quell&#8217;ornamento sarebbe andato perduto in qualunque momento. Da quando la conosceva non l&#8217;aveva mai fatto.<br />
Si domandava anche come facesse dopo ogni lotta a rimanere intatto e a non essere rovinato da fendenti che si abbattevano su di lei, dalle frecce che tagliavano l&#8217;aria o dalle magie che le crescevano attorno cercando di trapassarla.<br />
Pensieri come questi, anche loro facevano parte della sua quotidianità.<br />
<< Sto...con un piede scalzo per terra a guardare il paesaggio...e stavo anche in silenzio fino a qualche secondo fa. >> Le rispose ragionandoci su, e rivolgendole infine un sorriso.<br />
<< Sì, questo lo notavo anche da sola, grazie. >> Ribattè lei socchiudendo gli occhi e avvicinandosi all&#8217;uomo. Si fermò solo quando fu al suo fianco, ma anzichè guardare verso di lui indirizzò la sua attenzione al panorama che il compagno stava mirando prima. Ritornò il silenzio, rotto solo dal soffuso movimento delle fronde in lontananza.<br />
Lui a un certo punto chiuse le palpebre, riaprendole con gli occhi rivolti alla donna.<br />
<< Eri venuta a chiamarmi? >> le domandò. Lei non rispose subito. Negò con la testa ma non si girò verso di lui.<br />
<< La cerimonia avverrà fra poco è vero, ma se mi avessero anche incaricata di venirti a cercare, non credere che l'avrei fatto. >> Il vento si alzò leggermente, l&#8217;uomo tornò a rivolgere lo sguardo davanti a sè. << Per quel poco che abbiamo potuto vivere assieme, posso affermare che se hai scelto di tua spontanea volontà la strada che stai percorrendo, allora non hai motivo di dare le spalle al tuo dovere e abbandonare il tuo presupposto. >><br />
Lui soffocò una risata, chiudendo gli occhi e rivolgendo il capo verso terra. L&#8217;altra parve stupita dalla reazione e si voltò a guardarlo.<br />
<< Cosa di quello che ho appena proferito ti provoca divertimento? >><br />
<< Quel se, come l'hai pronunciato. >> Rispose lui in fretta ricambiandola.<br />
<< ...non capisco il motivo. >><br />
<< Lo dicevi a me...o a te? >><br />
Lei sbattè le palpebre e tornò a mirare il paesaggio senza aprire bocca. Calò il silenzio, ma lui non ne sentiva il peso. La risposta stava arrivando, doveva solo aspettare ancora un poco. Sentì le protezioni poste sulle dita della donna cigolare, aveva aumentato la presa sull&#8217;elmo.<br />
<< Sono questi momenti di tranquillità che minano la mia volontà. Tendo a evitarli, per questo quando mi si presentano...mi è un pò difficile affrontarli. >><br />
<< Sembra che tu stia parlando di orde di nemici che faticano a piegarsi alla tua lama. Mi pare eccessivo. >><br />
<< No, non lo è. >> Rispose lei scuotendo delicatamente la testa. << Almeno per la mia persona. Stare in silenzio, senza altro rumore che ti circonda se non il tuo stesso respiro...lo trovo spiazzante. >><br />
<< Per questo eri venuta a cercarmi, non volevi stare da sola? >><br />
<< ... >><br />
Lui le rivolse un fugace sguardo con la coda dell&#8217;occhio. Aldilà di quel viso tranquillo che fissava l&#8217;orizzonte, percepiva quello stesso smarrimento che lui alle volte sentiva salirli su per la schiena. Quando era circondato da orde oscure, quando si inginocchiava a terra per un colpo ricevuto, quando temeva che le forze lo abbandonassero, anche se non poteva guardarsi in volto sapeva cosa passava nei suoi occhi. Quella stessa ansia che ora vedeva riflessa nelle iridi di lei.<br />
<< A me piace il silenzio. Mi aiuta a riflettere. Anche se, chiamarlo silenzio è una mancanza di rispetto verso Sindrel e tutti gli abitanti invisibili alla vista che ci sono accanto adesso. >> Aggiunse ridacchiando con le palpebre abbassate.<br />
Lei lo fissava senza voltarsi, restando immobile.<br />
<< Riflettere non ti turba? >> Gli domandò.<br />
Ecco.<br />
<< Perchè dovrebbe? >><br />
Lei raccolse quanta aria poteva, sperando di non farlo notare.<br />
<< Perchè i pensieri, i dubbi e le paure rinchiusi nella nostra mente tendono a uscire con troppa facilità nel momento in cui l'unica musica che ci circonda è quella composta da Sindrel. In quella creata da noi, di ferro e acciaio, i pensieri hanno troppa paura di mostrarsi, e restano lontani, non si fanno leggere o sentire. >> Disse.<br />
<< E quest'ultimo caso, ti fa stare meglio? >> Le domandò.<br />
Fece oscillare la sua chioma argentata mentre si voltò verso di lui, guardandolo come se fosse la cosa più ovvia del mondo.<br />
<< Sì. >> Rispose con innocenza.<br />
Lui ricambiò lo sguardo.<br />
Cosa avrebbe dato per chiederle il motivo. Non sapeva se gliel&#8217;avrebbe detto. Si conoscevano da poco, in fondo. Cosa avrebbe potuto spingerla ad aprirsi con lui e a dirgli cosa la attanagliava in quel silenzio che per lui invece era l&#8217;unico appiglio per non cadere nelle paure che lo asserragliavano sotto forma di eserciti nemici? La domanda gli morì in gola e non uscì dalle sue labbra. Arricciò imbarazzato le labbra, e poi, vincendo le sue resistenze, le sorrise.<br />
<< Abbiamo davvero...due modi diversi di reagire! Che strano eh? >><br />
<< Forse è per questo che ci hanno scelto. Rammenti l'insegnamento principale della dea Sindrel? >><br />
Lui annuì e lei fece altrettanto.<br />
<< Bè, avremo molto tempo per raggiungere l'equilibrio a cui la Dea tiene così tanto. >><br />
<< Sì...e converrebbe andare adesso. >><br />
L&#8217;uomo incrociò le braccia davanti a sè, annuendo con convinzione.<br />
<< Però prima rimettiti la scarpa. >><br />
<< ...? Oh oh sì! Me ne stavo dimenticando. >><br />
Fece quanto gli era stato detto, scostandosi il mantello cremisi che gli copriva una spalla.<br />
Tornò eretto che lei già gli aveva dato le spalle, precedendolo. Stava per seguirla, ma fatti primi passi non potè fare a meno di fermarsi, restando a guardare lei che fece lo stesso quando si accorse di non sentire i suoi passi.<br />
<< Cosa succede? >> Gli chiese, tradendo una leggera impazienza nel tono delle parole.<br />
<< Stai ferma un momento. >> La richiesta le procurò del disappunto ma più ne sentì dopo, quando lui le si avvicinò così tanto che lei riusciva a vedere solo il suo volto a malapena illuminato nei contorni e qualche piccolo spicchio di cielo di contorno. Non si ritrasse, restando immobile e con lo sguardo tornato improvvisamente duro.<br />
<< Sen >><br />
<< Non chiudere gli occhi. >><br />
Le parole che disse scivolarono via come lui fece un istante dopo. Accompagnato dal frusciare del suo mantello, la luce intensa del primo sole corse aldilà dell&#8217;orizzonte, superò gli alberi, le colline, non trovando nessun ostacolo se non la figura della donna ed investendo i suoi occhi con tutta la potenza concessagli. Per un solo e unico momento tutto ciò che esisteva attorno a lei si perdeva in una veste bianca e intensa, cancellando i contorni e i colori. Era un attimo impossibile da afferrare aldilà di quanto fosse concesso, e sparì subito, riportandola nel mondo che conosceva. Si mise una mano sugli occhi, portando oscurità alle pupille ridotte a due puntini.<br />
<< Hai uno strano senso dell'ilarità Namidar, volevi accecarmi? >> Tolse la mano dal volto e lo guardò con disappunto, anche se la sua visione era intervallata da scie giallo-arancio che andavano svanendo. Lui di rimando, sorrise.<br />
<< Sia mai, Yin. Volevo farti un regalo, altrochè. E chiamami pure Nimid, mi fai sentire vecchio altrimenti. >><br />
<< ...Allora hai concezioni alquanto alterate di cosa debba essere un dono. Forza, ora sì che ci siamo attardati. >><br />
<< Dici? Accidenti. >> Si mise le mani sui fianchi, osservando il paesaggio su cui il sole stava salendo con la sua lentezza mattutina.<br />
Lei scosse la testa contrariata e senza aprir bocca riprese a dirigersi verso il punto di ritrovo stabilito. Questa volta lui la seguì nell&#8217;immediato, voltandosi solo un istante e senza smettere di camminare.<br />
Era splendido, uno splendido giorno.<br />
Volse le spalle a ciò che, chissà per quanti anni, secoli, millenni, non avrebbe più rivisto.<br />
Ma a lui non importava già più. Negli occhi della sua compagna aveva fatto impremere quel miracolo della Prima Luce che toccava la terra, qualcosa che si ripeteva da sempre, ancor prima forse che gaia fosse mai esistita.<br />
E sperava che in quegli anni, secoli, millenni che avrebbero dovuto passare divisi dal mondo, quell&#8217;attimo di eternità potesse restare aggrappato agli occhi di lei. Così che ogni volta che ne avrebbe incrociato lo sguardo, l&#8217;essenza di una luminosa eternità gli avrebbe dato il coraggio di continuare a lottare, anche se ciò che si fosse manifestato nel loro futuro sarebbe stato un mondo consumato dall&#8217;oscurità.</p>
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		<title>Epilogo di un cammino</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 23:08:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[30 Themes]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;&#160;Rated: G
Sommario: “La tua perfezione mi turba.”
Personaggi: Jun, Sharan
Genere: Introspettivo - Malinconico
Warnings: None
Capitoli: one shot
Completo: sì
Lista: Melodies of Life (parte A)
Numero: #22. I see you in that chair, with perfect skin
Note: da inserirsi alla fine di FFRPG/SS0 quando i due, una volta sconfitti i Rinnegati, si dividono.
Commento: L&#8217;amore assoluto fa paura, almeno a me. Siamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;<div class="meta"></div><p><strong>Rated</strong>: G<br />
<strong>Sommario</strong>: “La tua perfezione mi turba.”<br />
<strong>Personaggi</strong>: Jun, Sharan<br />
<strong>Genere</strong>: Introspettivo - Malinconico<br />
<strong>Warnings</strong>: None<br />
<strong>Capitoli</strong>: one shot<br />
<strong>Completo</strong>: sì<br />
<strong>Lista</strong>: Melodies of Life (parte A)<br />
<strong>Numero</strong>: #22. I see you in that chair, with perfect skin<br />
<strong>Note</strong>: da inserirsi alla fine di FFRPG/SS0 quando i due, una volta sconfitti i Rinnegati, si dividono.<br />
<strong>Commento</strong>: L&#8217;amore assoluto fa paura, almeno a me. Siamo esseri umani, e come tali abbiamo dei limiti anche in questo sentimento. E&#8217; più questo a far capire a Sharan che non è all&#8217;altezza di Jun, che lei è davvero persa per lui mentre lui prova solo un grande affetto nei suoi confronti. Ricreare scene del passato mi diverte, hanno un non so che di sfumato attorno.</p>
<p><span id="more-17"></span><br />
La tua perfezione mi turba. In ogni movimento che fai, in ogni sguardo, in ogni tuo gesto non trovo imperfezioni. Ci sono momenti in cui accantono tale sensazione, prendendola come una mia sciocca considerazione, un&#8217;impressione che mi creo da solo.<br />
Eppure mi stupisco sempre di come questa ritorni sempre a bussare alla mia mente, quando rialzo di nuovo i miei occhi su di te, sul tuo volto, sul tuo corpo, il tuo essere. La tua presenza, mi lascia sempre con quelle labbra dischiuse e lo sguardo che Xander ha definito &#8220;perso&#8221;. Tremo nel pensarlo, se l&#8217;ha notato perfino lui&#8230;ma non me ne rendo conto. E&#8217; banale considerarlo un incantesimo, ciononostante come altro potrei definirlo? Non dipende da me, dal mio ragionare quantomeno. E&#8217; paragonabile a un vizio? O a un&#8217;esigenza? Cercarti con gli occhi e rimanere ad osservare ogni parte di te, qualunque parte di te e sentirsi trascinati in quel dolce vortice che mi fa dimenticare tempo e spazio, come lo devo considerare?<br />
Ho imparato a cercarla, questa perfezione che mi fa fremere e restare muto. Aldilà del silenzio in cui celi le tue emozioni, ho iniziato a scavare lentamente tra un mattone e l&#8217;altro, e se anche fuori facevo rumore con le chiacchere e le frasi che tutti sono abituati a sentire, dentro pregavo senza produrre suoni, pregavo il cielo o chi per esso che tu mi lasciassi fare. Non sono così coraggioso come mi disegnano, non ho mai avuto la forza di domandartelo a parole, il permesso di conoscerti per davvero. Mi sono preso tante libertà, e nel contempo coltivavo le molteplici paure di essere respinto, e di non avere alcuna scusante per la tua decisione di allontarmi. Tutt&#8217;oggi mi domando il motivo del mio comportamento perchè mi viene difficile associarlo al mio solo carattere.<br />
La risposta&#8230;bè quella, forse sei proprio tu. Ciò che mi scoraggiava ed insieme spronava era l&#8217;oggetto stesso della mia ricerca, la tua persona. A quel tempo, non sapevo come definirlo. Amore, dissi. Ci aggiunsi aggettivi svariati per darmi solide basi sulle quali pensare e nacquero parole come &#8220;fratello&#8221;, &#8220;sorella&#8221;, &#8220;famiglia&#8221; alle quali mi aggrappai senza indugi. Lo feci per non cadere nel baratro che si apriva alle mie spalle, dove il tuo nome era legato ad altri a cui le mie azioni avevano portato solo dispiacere e dolore. Divenisti la mia ancora di salvezza per un passato che incosciamente mi avevi riportato indietro dalla tomba di terra e tempo nel quale l&#8217;avevo seppellito. Ti ho seguita per tanti giorni, spinto da doveri che mi imponevo e che nascondevo dietro quella stessa parola, amore. Mi viene da ridere al pensare che la mia copertura avrebbe poi sorpreso me stesso, sommergendomi.<br />
Amore, vuol dire tutto come niente alla fine. Ne ho vaghi ricordi di quando ero piccolo, ma non ne ho mai avuto prova nella mia lunga esistenza. Così che quando ti incontrai non seppi capirla cos&#8217;era, quella nuova sensazione che ho mascherato a tutti col timore di essere scoperto. Non la nascosi bene come sperai, perchè tu fosti la prima ad accorgerti di qualcosa che si agitava in me quando ti guardavo. Abbiamo avuto la stessa inesperienza, questo è l&#8217;unico punto in comune fra me e te che il destino ci ha riservato alla nascita. Il resto toccava a noi costruirlo, e a pensarci sento inumidirsi gli occhi. La cura con la quale abbiamo fatto un passo alla volta per quella strada mai percorsa, la delicatezza di ogni gesto assieme o delle parola da scegliere. Amavo quei momenti, ma avevo dato a questo sentimento di completezza un&#8217;origine non corretta. Non era per ciò che compivamo, quanto la tua perfezione che vacillava e rivelava il tuo essere reale davanti a me, senza protezioni di silenzi, senza atteggiamenti calcolati e misurati.<br />
Ma nonostante fosse nuovo per noi, ciò che mi mostrasti mi mozzò il fiato e non mi permise di fermarti mentre continuavi a camminare. Perfino lì, in quel mondo che non avevamo mai visto se non in libri o storie, tu rimanevi sicura, forte, ferma nelle tue scelte. Ebbi paura. Non so dire di cosa. Ma nel ripensare a quei momenti, credo che ciò che mi turbò di più fu la distanza tra me e te. Fa parte del tuo carattere dopotutto, proseguire diritta per la tua strada senza dare peso al tributo che essa esigerà. Tu proseguivi convinta ma io restavo indietro a soppesare dubbi e incertezze che si frapponevano fra la mia persona e la tua. Non avevo tempo di aggirarli come volevo che tu eri sempre più lontana, sempre più piccola all&#8217;orizzonte. Avrei voluto chiamarti e pregarti di aspettare, ma non l&#8217;ho mai fatto. La paura di fermarti e di farti cambiare strada per la mia lentezza mi bloccava, la paura di perderti per mano della mia incertezza era troppa per me e ho preferito il silenzio. Sapevo che non era la soluzione giusta, ma speravo lo diventasse. Mi ripetevo che ce l&#8217;avrei fatta, che ti avrei raggiunta in tempo. Ma eri troppo lontana e quando ti ho chiamato, ormai non potevi più sentirmi.<br />
Eri arrivata. Avevi raggiunto, ancora una volta, la perfezione.</p>
<p><em>&#8220;Ma la mia fede in lui non si piegherà, non potrei mai tradire il mio cuore&#8230;&#8221;</em></p>
<p>E io ero rimasto indietro.<br />
Avevo scavato oltre quel muro di silenzio ed avevo scoperto che la stessa luce che già irradiavi era aldilà di quella barriera che avevo oltrepassato e che ora miravo nella sua purezza. Era accecante quanto bellissima, e mentre i miei occhi bruciavano sentivo lacrime di gioia che mi rigavano il viso, felice di aver ricevuto la tua grazie e il tuo permesso di mirarla.<br />
Eppure per quanto sia bella, non sono riuscito più a fare un passo nella tua direzione. Che sia stato un bene? Se fossi stato al tuo fianco per quella strada, troppo vicino alla tua essenza, ne sarei morto? Avrei perso per sempre la vista?<br />
Non ho risposta. Tra me e te c&#8217;è solo lo spazio, un immenso spazio che ti fa apparire ora ai miei occhi come un sole. Se mi fossi avvicinato troppo, sarei quindi stato distrutto da quel calore? Sarebbe stata una morte felice? Annullarsi in quella dolcezza infinita, forse era davvero il finale più agogniato da molti.<br />
Ma io non l&#8217;ho scelto.<br />
Che ironia. La tua perfezione, alla fine ti ha portato solo dolore.<br />
E ora non mi resta che alzare gli occhi da terra e fissarti qui, seduta di fronte a me con le mani posate sulle gambe, con i tuoi capelli lillà perfettamente lisci sciolti sulla schiena assieme alle tue ciocche legate da sottili nastri blu, con i tuoi occhi azzurri, perfetta imitazione del cielo che hai dietro le spalle, quasi fossero due ulteriori finestre attraverso le quali quel colore filtra sui tuoi iridi. Perfino la tua pelle, sai, è perfetta.<br />
L&#8217;unica nota che rovina il tutto, l&#8217;ho creata io. E ora le darò corpo e suono, mi prenderò la responsabilità di piegare il tuo sorriso come il peggiore dei tuoi nemici non ha mai fatto fino ad oggi, contro il quale non avrai che da abbassare le armi e lasciarti colpire, senza permetterti una guardia efficace.<br />
Ma non preoccuparti, Jun, ti rialzerai di certo. Con il tuo sguardo composto, facendo oscillare dolcemente la chioma, prendendo appena fiato per dire al meglio le parole che ti risolleveranno verso l&#8217;alto. E volerai lontano, tra quelle nuvole che io, senza ali, non ho mai potuto toccare davvero.<br />
Mi basta guardarti mentre ti innalzi Jun, e sentirò che il mio peso si alleggerirà di un poco sapendoti di nuovo in quell&#8217;immenso azzurro. Nonostante io ti abbia arrecato danno, tu ci tornerai e continuerai a solcarlo, quel mondo che per quanto io possa ammirare mi è e sarà sempre precluso. Perchè io non sono perfetto come te, Jun, e non ho avuto la forza di seguirti. Scusami, per averti fatto toccare questo suolo polveroso. Ma ora vola, sei libera di nuovo.<br />
<< Jun, abbi cura di te. >><br />
Scende una goccia dalla ferita e ti attraversa la guancia sparendo fra le tua labbra. La tua postura resta ferma, la tua espressione è serena. La tua perfezione è immutata nonostante quella lacrima. Anzi, vi fa parte. A questo penso mentre dischiudi le labbra appena velate di saliva che dona loro punti di luce.<br />
<< Anche tu. >><br />
La tua ombra si fa piccola, e la tua sagoma scura viene inghiottita dal sole alto nel cielo, fino a diventare un puntino e poi sparire in esso. I miei occhi si colorano di bianco, accecati dalla luce.</p>
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		<title>Come parlarsi a chilometri di distanza</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 23:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[30 Themes]]></category>

		<category><![CDATA[Seventh-Sigil]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;&#160;Rated: G
Sommario: “A guardarti bene adesso mi rendo conto di come quell&#8217;occhio fosse sempre nascosto, allontanato. Non ti mettevi mai alla mia sinistra. Mi volevi nascondere anche quello, ma non sei bravo in queste le cose.&#8221;
Personaggi: Luthen, Sharan
Genere: Introspettivo - Malinconico
Warnings: None
Capitoli: one shot
Completo: sì
Lista: Melodies of Life (parte A)
Numero: #9. Someday, somehow I&#8217;m gonna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;<div class="meta"></div><p><strong>Rated</strong>: G<br />
<strong>Sommario</strong>: “A guardarti bene adesso mi rendo conto di come quell&#8217;occhio fosse sempre nascosto, allontanato. Non ti mettevi mai alla mia sinistra. Mi volevi nascondere anche quello, ma non sei bravo in queste le cose.&#8221;<br />
<strong>Personaggi</strong>: Luthen, Sharan<br />
<strong>Genere</strong>: Introspettivo - Malinconico<br />
<strong>Warnings</strong>: None<br />
<strong>Capitoli</strong>: one shot<br />
<strong>Completo</strong>: sì<br />
<strong>Lista</strong>: Melodies of Life (parte A)<br />
<strong>Numero</strong>: #9. Someday, somehow I&#8217;m gonna make it alright, but not right now (I know you&#8217;re wondering when)<br />
<strong>Personaggi</strong>: Luthen, Sharan<br />
<strong>Note</strong>: da inserirsi prima che Enryol vada in camera di Luthen, quest di Verdania<br />
<strong>Commento</strong>: Primissima 30Themes, e tra l&#8217;altro una delle mie preferite, visto che stava perfettamente all&#8217;interno della storia. Sharan andava usato con garbo, per non dimenticarsi di lui mano a mano che le storie avanzano. Per questo molte delle mie 30themes al momento sono su di lui, sento di voler rendere questo personaggio qualcosa in più della solita figurina. Luthen col suo carattere è quello che serve.</p>
<p><span id="more-15"></span><br />
In questo momento vorrei poter dire che non ti penso.<br />
Oh, non leggerlo come un rifiuto, non è questo quello che intendevo.<br />
In fondo ti conosco poco, non ho pretese di associarti sentimenti dettati solo dalla fretta, da qualche frase, da qualche scambio poco soppesato di battute. Non sapevo neanche il tuo vero nome, come posso dire che aver fatto anche un solo passo nella tua direzione?<br />
A guardarti bene adesso mi rendo conto di come quell&#8217;occhio fosse sempre nascosto, allontanato. Non ti mettevi mai alla mia sinistra. Mi volevi nascondere anche quello, ma non sei bravo in queste le cose. Te o chi per te, le hai tolte tutte le maschere che ti eri messo, così in fretta che forse neanche avresti voluto indossarle. Un riflesso condizionato? Un rimasuglio del passato?<br />
In quel passato non sono esistita, non posso saperlo.<br />
Non ti conosco affatto, so solo il tuo nome e qualche azione che hai compiuto tanto tempo fa. Mi pento di non aver mai voluto interessarmi a ciò che avveniva al di fuori della mia città. Tuttavia capiscimi, avevo la mente concentrata su dei problemi fin troppo grandi secondo i miei pensieri di allora che mi attanagliavano, non avrei neanche potuto pensare di dedicare le mie ansie in modo genuino a qualcosa che non conoscevo. Non ho mai voluto prendere in giro nessuno, quindi non lo farò neanche con te.<br />
Soprattutto con te&#8230;sento qualcosa che mi dice che non lo potrei fare.<br />
Forse è la tua gentilezza che mi spiazza. Il mostrarla in modo così aperto mi insospettisce. Sarebbe meglio dire mi inquieta, in verità, ma temo di sembrare una bambina terrorizzata da qualcosa che non capisce.<br />
No davvero, è stupido. Nonostante sia stupido però, tremo ancora per certi tuoi atteggiamenti. Soppeso tutti i &#8220;ma&#8221; i &#8220;se&#8221;, i timori e le paure, i sospetti e gli indizi, potessi farlo fermerei il tempo prima di decidere. Tu invece prendi al volo tutto, e mi spiazzi con quelle poche parole, con quei pochi &#8220;sì&#8221; o &#8220;certo&#8221; che non mi permettono di contrattaccare. Ci sono stati momenti in cui penso che lo facevi apposta per farmi arrabbiare o mettere in crisi. Ma io non sono così importante o divertente, quindi non capisco. Non credo che tu te ne fossi accorto, anche se spesso mi domando che faccia io abbia quando tu prendevi la decisione.</p>
<p>Sto mancando il nocciolo della questione&#8230;e continuo a pensarti.</p>
<p>Vorrei sapere se è solo senso di colpa o chissà che altro, ma non riesco neanche a definirlo quindi opto per la prima scelta.<br />
Non mi daresti contro tu, se avessi potuto parlarmi credo che l&#8217;avresti definito la svista di una ragazzina. Ma non ti conosco, non lo so se l&#8217;avresti detto o se invece mi avresti accusato con parole ferme che ero stata un&#8217;idiota a cascare in un simile tranello sulle colline. Non ricordo perchè tu non mi andasti contro quando decisi di fare di testa mia, di essere &#8220;sicuri&#8221;, di deviare dalla strada principale. Probabilmente per il tuo voler riporre fiducia, eccessivo, esagerato. Ti sarai reso conto adesso che è un comportamento pericoloso? Che non merita? Che è meglio stare da soli anzichè portarsi dietro così tante persone che non avevano nulla a che fare con te?<br />
Come me?<br />
No, non disprezzo la compagnia. Solo la reputo molto pericolosa. Ad aprirsi troppo si resta bruciati, proprio da chi credevi fosse dalla tua parte. E&#8217; indubbio che anche le persone più care possano deluderti, ma proprio per questo ne sono stata ferita di più. Non voglio più scottarmi e quindi evito molte cose. No, non mi sono ridotta a stare da sola per sempre, ho qualcuno a me caro. ma sono pochi, stretti, davvero pochi. E tu, invece? Non ci hai mai contati vero?<br />
Siamo agli estremi opposti, l&#8217;hai capito vero?<br />
Su questo ho la certezza.<br />
Su altro non so se mi appoggeresti, ma io davvero, voglio continuare da sola. Penso sia giusto così, e non mi importa di come farò, di quanto sia difficile o cos&#8217;altro.</p>
<p>Perchè se dico così ti immagino qua seduto accanto a me a ribattere che non è giusto?<br />
&#8230;Assurdo sai, mi volto e vedo solo le mie gambe, i miei piedi e il materasso coperto da un telo. Non ci sei e ancora mi chiedo, perchè penso a te? Vorrei non farlo. Mi fa stare male rivederti lì, quasi senza respirare. Mi fa così male che mi sento un peso qui, al petto.<br />
Appunto per questo voglio stare sola. Non voglio ripetere tutto.<br />
Ho paura? &#8230;<br />
Ti griderei questo &#8220;no&#8221; in faccia. Non ho paura, ho già provato quell&#8217;ansia, non ricadrei nello stesso errore. Non sono stupida.<br />
&#8230;vero?<br />
Vero, non lo sono. Non sono neanche una che non impara dai propri errori. Ma vedi, fino a che coinvolgono me, è diverso. Non voglio crescere su ferite altrui. Non ne ho intenzione.<br />
Se ricapitasse&#8230;che farei?<br />
Non mi importa adesso di cosa possano dirmi, io non parto se non da sola. Forse non è stato abbastanza chiaro, ma io davvero non voglio avere nulla sulla coscienza. Non sono parte della loro famiglia, non sono loro amica, non li conosco nemmeno. Non ho nulla che mi leghi a loro, nè voglio farlo. Non che prima non fosse così, ma era diverso&#8230;spiegarlo è difficile. Diciamo che, non era una preoccupazione mia. Perchè è inutile dire fesserie, io ti seguivo ancora inconsciamente. A pensarci adesso mi chiedo quale sia stato il motivo ad avermi spinto a venire con te. Proprio con te fra tutti gli altri. Con tutto quello che è accaduto dopo, devo averlo dimenticato.<br />
Seguivo te e basta, senza pormi troppe domande. Ipotizzerei che hai lanciato un qualche incantesimo di suggestione su di noi, ma oltre a non vederne il motivo posso dire (questo con certezza) che la tua forza magica lascia un pò a desiderare. Almeno la avessi usata per non confondere sale con zucchero o capire che due secchi ripieni fino all&#8217;orlo non sono l&#8217;equivalente di &#8220;un pò d&#8217;acqua&#8221;&#8230;<br />
Sto divangando.<br />
Mi ispiri di andare fuori argomento probabilmente, perchè non è mia abitudine.<br />
Resta il fatto che un conto era seguire le tue orme, un conto è tracciarne per altri. Non è roba per me. Io basto per me, solo e unicamente per me. Se dovessi assicurarmi della salute e integrità di tutti credo che perderei il controllo la prima settimana. Troppe cose a cui stare attenta, decisamente troppe.<br />
&#8230;La cosa strana rimane il perchè io mi stia facendo tutti questi problemi. In effetti nessuno mi ha mai detto che dovrei essere io a capo di questo improvvisato gruppo turistico, e quindi potrei lavarmene le mani&#8230;sì in effetti potrei.</p>
<p>Allora perchè sento che mi sto solo prendendo in giro?<br />
No, dannazione, detesto sentirmi così.<br />
&#8230;Lo sono perchè lo penso io, o perchè lo pensi tu?<br />
Ma tu la fai facile, per te essere una guida forse non è un problema. Forse l&#8217;hai fatto anche in passato, molte volte.<br />
Ma tu non conosci me, come puoi pretendere da me cose come questa? Responsabilità, doveri, atteggiamenti. Al solo pensarci sento il battito aumentare così tanto che temo mi scoppi il cuore dentro al corpo. Non dormirei, mangerei poco, diventerei insopportabile. Con certe persone poi, sarebbe guerra aperta, rischio di perderci la sanità mentale in questo modo. Quindi no, davvero, non è il caso.<br />
Non lo è&#8230;</p>
<p><< e smettila di guardarmi senza dire niente dannazione! >> urlò a lanciò il cuscino contro Sharan, ma nel momento in cui lo fece la sua immagine seduta sul letto si dileguò e lo attraversò come fosse un fantasma.<br />
Il cuscino continuò a descrivere una perfetta linea retta per qualche secondo prima di dirigersi verso il basso e schiantarsi contro la parete della stanza. Cadde a terra con un tonfo, ma quando lo fece perse una piuma che rimase a volteggiare in aria sostenuta da invisibili correnti d&#8217;aria, ciondolando un pò a destra e un pò a sinistra. Continuò a volteggiare silenziosamente per la stanza, fino a che non si posò proprio di fronte a lei, senza fare il minimo rumore.<br />
<< ...va al diavolo, te e le tue metafore >> fu la risposta al nulla che lei rivolse prima di dare le spalle alla piuma e tuffarsi sul letto a pancia in giù. La piuma si sollevò di nuovo in aria.<br />
<< Idiota >> disse col lo sguardo rivolto al poggia testa in legno.<br />
La piuma riapparve, entrando nel suo campo sinistro. Restò a guardarla senza muovere un muscolo, mentre danzava ancora, sostenuta da niente, fino a che anche lei non dovette cedere alla forza di gravità e si posò con delicatezza sul pavimento. Quella macchia di bianco si vedeva fin troppo bene sullo sfondo di legno. Lei voltò la testa altrove in silenzio.<br />
Dopo qualche secondo, lentamente, tornò a rivolgere gli occhi alla piuma. Era ancora lì ovviamente.<br />
Deviò ancora lo sguardo. Era consapevole che ci sarebbe stata anche il giorno dopo, e quello dopo ancora a meno che lei stessa non l&#8217;avesse presa e buttata fuori dalla finestra. Non ci voleva nulla, e se non ci avesse pensato lei, di certo l&#8217;addetta alle pulizie prima o poi si sarebbe degnata&#8230;<br />
Ciononostante, ben sapendo che senza un intervento quella non si sarebbe mossa da terra, lei non si alzò. Strinse solo i lembi della coperta a sè prima di chiudere gli occhi e provò sprofondare nel sonno. senza riuscirci, visto che poco dopo Enryol venne a farle visita.<br />
E la piuma oscillò appena, ma non si spostò.</p>
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		<title>La bambina della Luna</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 22:51:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;Rated: PG
Sommario: “Si alzò e prese le chiusure della finestra, ma quando lo fece il suo sguardo cadde proprio sulla Luna. Quella che l’aveva sempre assistita in quelle notti. L’unica che, nonostante il calore di chi le voleva bene, sembrava capirla più di chiunque altro. Si sentiva sola, sola come lei, seppur attorniata da stelle, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;<div class="meta"></div><p><strong>Rated</strong>: PG<br />
<strong>Sommario</strong>: “Si alzò e prese le chiusure della finestra, ma quando lo fece il suo sguardo cadde proprio sulla Luna. Quella che l’aveva sempre assistita in quelle notti. L’unica che, nonostante il calore di chi le voleva bene, sembrava capirla più di chiunque altro. Si sentiva sola, sola come lei, seppur attorniata da stelle, si sentiva sola.”<br />
<strong>Personaggi</strong>: Dely, altri<br />
<strong>Genere</strong>: Generale<br />
<strong>Warnings</strong>: None<br />
<strong>Capitoli</strong>: one shot<br />
<strong>Completo</strong>: sì<br />
<strong>Commento</strong>: Damina della Luna è il nomigliolo di Luthen, la prima volta che ho fatto leggere questa fiction agli altri, tutti si aspettavano di vedere lei. Il piccolo &#8220;colpo di scena&#8221; finale ha avuto i suoi frutti, ne sono stata felice. La favola (e si vede) l&#8217;ho creata ex novo, anche se ho preferito evitare le rime. meglio non tentare cose troppo azzardate.</p>
<p><span id="more-12"></span><br />
<em>In un tempo lontano lontano, in una terra che oggi non esiste più,<br />
viveva un re con la sua bella regina.<br />
Era un regno prospero e felice<br />
la gente amava i suoi sovrani<br />
e nutriva nei loro confronti una devozione sincera.<br />
Ma per quanto l’affetto del loro popolo fosse forte e sentito<br />
Sembrava che nella famiglia reale qualcosa si stesse lentamente spezzando<br />
Da troppo tempo ormai il Re e la Regina stavano attendendo la nascita di un figlio<br />
Un figlio che sembrava però non voler mai giungere ed allietare la coppia<br />
Senza eredi il regno sarebbe finito<br />
Ma non era solo quello a preoccupare il popolo e il Re<br />
La Regina infatti, mano a mano che il tempo passava, perdeva sempre più forza<br />
Mangiava con minore appetito, parlava di rado, ed il sorriso aveva abbandonato le sue labbra<br />
Con lei, anche il Re sentiva qualcosa pesargli sul cuore<br />
E visti i suoi vani sforzi di far tornare la gioia negli occhi della sua amata consorte<br />
Anch’egli cominciò a incamminarsi nella strada che la Regina aveva imboccato<br />
La situazione aveva raggiunto il limite<br />
Ormai nessuno dei due regnanti toccava cibo<br />
E la corte era diventata un luogo così triste e silenzioso<br />
Che si vociferava che nel laboratorio dei falegnami si stesse iniziando a fabbricare<br />
Le sagome per le bare<br />
E nel regno tutti non facevano che rivolgere una preghiera alla sera<br />
Per i loro signori<br />
Tutto questo continuò fino a quando<br />
Una sera, quando il Re era già nel suo letto a dormire,<br />
La Regina si alzò senza far rumore, e senza un apparente motivo,<br />
salì alla camera che tempo prima avevano deciso di dare a quel bambino che non era più arrivato<br />
Era bella, pulita, la luce perlacea della luna si fondeva con le tonalità azzurre e viola chiaro<br />
Dando a tutti gli oggetti lì presenti qualcosa di diverso.<br />
La Regina si sedette sullo sgabello posto vicino alla finestra<br />
Aprendola e lasciando che il vento entrasse dentro la stanza e facesse svolazzare le tende sottili<br />
Osservò il panorama notturno della città sulla quale regnava, illuminato dal satellite lunare.<br />
Passò il tempo, ma lei non sembrava volersi schiodare da lì<br />
Solo quando sentì il peso del sonno sulle palpebre capì che il limite era stato raggiunto<br />
Si alzò e prese le chiusure della finestra, ma quando lo fece il suo sguardo cadde<br />
Proprio sulla Luna<br />
Quella che l’aveva sempre assistita in quelle notti<br />
L’unica che, nonostante il calore di chi le voleva bene, sembrava capirla più di chiunque altro<br />
Si sentiva sola, sola come lei, seppur attorniata da stelle, si sentiva sola.<br />
Si mise a piangere senza un fremito.<br />
Le lacrime scesero dalle guance<br />
E presto i suoi occhi si arrossarono<br />
Fu in quel momento, quando si sfregò gli occhi per asciugarli, che accadde<br />
Le sue lacrime divennero tanto luminose, che quando toccarono il marmo del balcone<br />
Lo illuminarono come raggi di luce<br />
E da queste, cominciò a prendere forma qualcosa<br />
La Regina arretrò, spaventata<br />
Mentre l’acqua che lei stessa aveva versato prese le sembianze di una donna dalla lunga chioma<br />
E dalle vesti bianche e grigie così ampie da sembrare senza fine<br />
Quando ella aprì i suoi occhi la luminescenza argentata di questi<br />
Dissipò le tenebre della stanza illuminandole a giorno<br />
<< Chi sei? >> domandò la Regina << cosa vuoi da me? >><br />
Ella le sorrise, avvicinandosi a lei lentamente<br />
Mentre il suo abito intessuto d’argento<br />
fluttuava libero nella stanza come nuvole assieme ai suoi capelli<br />
simili per consistenza alla seta<br />
<< Ti ho visto piangere Regina<br />
Dall’alto del cielo sei stata tu ad invocare il mio nome<br />
Mi hai chiamata compagna e amica con sincero dolore<br />
Non potevo non giungere da te a portarti consolazione >><br />
<< Consolazione? >> ripeté spaesata la Regina<br />
<< Sì Regina, sono giunta qui per liberarti dall’angoscia che ti opprime<br />
E che mi ha permesso di giungere qui sulla Terra<br />
Vengo a porti un dono che aspettavi da tempo<br />
Vengo a portarti il figlio che ti farà ritornare il sorriso >><br />
Disse distendendo il braccio destro verso la donna<br />
Il palmo della sua mano si illuminò di bianco,<br />
luce che andò a confluire in una sfera iridescente<br />
che si staccò da lei per giungere fino alla Regina<br />
Allibita la Regina osservò la massa luminosa avvicinando piano piano<br />
Le mani verso essa<br />
Nel momento in cui le sue dita la toccarono<br />
La sfera svanì improvvisamente, rilasciando dietro di sé una scia di luce<br />
Più intensa di prima<br />
La dea sorrise<br />
<< Ecco Regina<br />
Il tuo sogno, si è finalmente realizzato.<br />
Presto avrai un figlio.<br />
La gioia che tu e il tuo consorte attendavate da tempo >><br />
La Regina rivolse dapprima gli occhi alle sue mani poi alla dea<br />
Poi di nuovo alle sue mani<br />
E finalmente le sue labbra si ricordarono<br />
Come si formasse il sorriso<br />
Ma prima che la Regina potesse ringraziare l’artefice del miracolo<br />
Questa si rivolse a lei con espressione seria e grave<br />
<< Tuttavia Regina, devo avvertirti.<br />
Il dono che ti è stato concesso non durerà per sempre<br />
Perché ciò che ti è stato donato<br />
Dovrà essere ridato >><br />
<< La vita che porterai in grembo è del mondo<br />
E ad esso dovrà far ritorno.<br />
La sua esistenza sarà indispensabile per il suo equilibrio<br />
E quando verrà chiamata<br />
Non ci saranno attese.<br />
Così come giunse nella vostra vita<br />
Così se ne andrà.<br />
Non potrete trattenerla<br />
Né imprigionarla<br />
Né nasconderla<br />
Qualunque azione voi facciate<br />
La sua strada la porterà dove tutto ebbe inizio. >><br />
Gli occhi senza pupilla della dea<br />
Si incontrarono con quelli della Regina<br />
<< A voi la scelta.<br />
Nonostante ciò che vi ho detto<br />
Siete comunque decisa ad accogliere questa vita dentro di voi? >><br />
La Regina che per tutto il tempo in cui la dea aveva parlato<br />
Non aveva osato aprir bocca<br />
Si fece coraggio<br />
E nel silenzio maturò la sua risposta<br />
<< Se anche dovesse essere solo una piccola gioia<br />
Non ho intenzione di non accoglierla<br />
Anche se sarà per poco tempo >><br />
<< Anche per poco >><br />
E strinse il ventre fra le mani<br />
Come se lo volesse proteggere<br />
<< Non ho nessuna intenzione di lasciarla >><br />
La dea osservò il gesto della Regina<br />
Ed abbozzando un sorriso dette il suo consenso<br />
Una scintilla scese dal ventre della Regina<br />
Segno che tutto era cominciato.<br />
La luminescenza che avvolgeva la dea si intensificò<br />
mentre i fasci di seta del suo abito si fondevano col suo corpo<br />
<< Dalla Luna nacque<br />
Da essa tornerà. Vivi intensamente ogni istante<br />
Perchè verrai chiamata senza saperlo<br />
Ma mi raccomando, sii felice.<br />
La vita è il dono più prezioso che è possibile offrire >></em></p>
<p>Faceva caldo per essere inverno. Era strano non sentire la neve sotto i piedi. Era strano vedere il cielo terso, con quella luna piena che illuminava la volta e le stelle a farle compagnia. Dov’erano le nuvole grigie, il vento gelido e gli alberi spogli? Cosa ci facevano quelle chiome attraversate dallo zefiro lì, sopra la sua testa?<br />
Era un sogno, che altro avrebbe potuto essere?<br />
L’erba non era fresca di rugiada come al primo mattino, ma le solleticava lo stesso la pianta dei piedi. Il suono dei fili verdi che si piegavano per poi rialzarsi si mischiavano al suo fiato. Per chissà quale ragione, nonostante percepisse chiaramente una sensazione di tepore sulla pelle, il suo fiato si condensava una volta che usciva dalla bocca. Lo guardò tramutarsi in nuvolette e poi svanire verso l’alto. Inconsciamente allungò una mano, come se volesse afferrare quello sbuffo d’aria. Non si stupì…aveva già capito di essere più piccola del solito. La sua piccola mano che accarezzava il vento ne fu la prova. Si guardò il corpo, ritornato ai tempi dell’infanzia, ricoperto solo da uno scamiciato bianco. Provò un leggero moto di vergogna vedendo che il suo fisico da bambina traspariva dal tessuto con facilità, ma in fondo non aveva nulla da nascondere. Non a quell’età almeno. Si tastò il petto come a volersi rassicurare del fatto di essere tornata piccola, ed una volta appurato questo, tornò a guardare il cielo.<br />
La luna era davvero luminosa. Sembrava un piccolo sole pallido. E quell’alone che lo circondava, le dava un’aura particolare, come quella dei santi.<br />
I suoi piedi si muovendo da soli, mentre gli occhi continuavano ad essere puntati su quella sfera bianca tanto distante. Ma mano a mano che i suoi piedi avanzavano, con essi un suono nuovo si aggiunse. Si fermò ad ascoltare. Smise quasi di respirare per riuscire a capire meglio. E le sembrava che qualcuno stesse piangendo. Incuriosita cominciò ad avvicinarsi al luogo dal quale i lamenti soffocati provenivano, e per riuscirci dovette farsi largo fra siepi e alberi, alcuni dei quali le graffiarono un poco le gambe. Uscì dal bosco leccandosi un taglio che si era procurata sulla mano, ma il paesaggio che le si pose davanti le fece dimenticare subito il bruciore della ferita.<br />
Era davanti a un lago ricolmo di acqua trasparente, che si riversava a terra grazie a una cascata che aveva la sua casa tra le rocce, tanto alta che sfiorava le chiome degli alberi. La bellezza di quel posto cozzava però con il ritmico singhiozzare di qualcuno, la cui presenza era ancora nascosta, ma non lontana. Camminò adagio, girandosi spesso a destra e a sinistra sperando di incrociare qualcuno. Arrivò fino al bordo del lago, la cui superficie ondeggiava appena e le increspature si frammentavano in infinite linee ad ogni sussulto del vento. Avvicinò le mani alla bocca, cercando di riscaldarsele col fiato. Ora cominciava però a preoccuparsi. Perché nonostante tutto attorno a lei le facesse ricordare le stagioni calde, lei sentiva solo freddo? E il suo fiato era tutto fuorché un rimedio a quell’intorpidimento che le coglieva le dita. Anche lui sembrava gelido.<br />
Si girò di scattò alla sua sinistra. C’era qualche cosa nell’ombra.<br />
<< Chi sei? >> domandò. Sotto all’ombra di un albero, quasi perfettamente mimetizzata in essa stava la sagoma di qualcuno che, seduto su una pietra e completamente velato, sembrava aver rivolto il viso verso di lei. Era rimasta ferma ed immobile nel punto esatto dove aveva scorto la figura. Ma questa, dopo aver soffermato il suo sguardo nascosto su di lei, chinò il capo e tornò a sussultare sommessamente. Lei sbatté gli occhi lentamente, come ad accertarsi che ciò che vedeva non fosse un’illusione. Ma anche dopo questa azione non cambiava niente. Quela figura velata esisteva ed era lei che stava piangendo. Intimidita da quel viso che non vedeva, si fece lo stesso coraggio e con passo incerto vi si avvicinò. Questa non parve notarla, continuando mesta come se nulla fosse. Mandò giù il groppo alla gola che le si era formato e raccogliendo un poco di coraggio allungò il braccio verso di lei, sfiorando appena con l’indice uno dei lembi.<br />
La figura velata non si girò neanche, seguitava a fissare il suolo.<br />
<< P…Pe… >> niente, le parole stavano facendo le capriole sulla sua lingua. Era difficile addirittura parlare, e il freddo le faceva tremare anche i denti. << Perché sta …piange…ndo? >> chiese, domandandosi se fosse a causa della temperatura o della paura che le rendeva difficile fare qualunque cosa.<br />
La persona nascosta dal tessuto alzò di nuovo il volto, forse in cerca del suo. Quando il buio che copriva i suoi occhi fu si fissarono sugli occhi di lei, d’improvviso un respiro profondo e affannoso, di quelli che sembrano scavare dentro alla gola e raschiarne le pareti, uscì da sotto il velo.<br />
Lei sobbalzò, non riuscendo a trovare l’aria necessaria a far uscire dalla sua bocca altro che un grido smorzato. Lo spavento che le era venuto però si acquietò subito, quando due gocce scesero dall’ombra del cappuccio della figura, attraversandole le guancie. Luccicarono per un istante mentre attraversavano la pelle bianca per poi scomparire sotto al mento.<br />
<< ...Perchè sta piangendo? >> domandò ancora. Anche lei, come se riuscisse a percepire il sentimento che affliggeva quella figura misteriosa, iniziò a sentire un dolore strozzato alla gola, lo stesso che si ha quando si è vicini al pianto.<br />
Non rispose subito. Alzò lentamente le mani verso il cappuccio, rivelandole da sotto la veste grigio perla. Erano delle mani molto belle. Le dita erano lunghe, affusolate, le unghie curate. Né troppo lunghe né troppo corte. Anche quelle avevano un colore perlaceo. Furono loro a far scendere il velo che impediva la visione del suo volto. Quando questo le scivolò dietro il capo rivelò il volto di una giovane donna, incorniciato da una lunga e morbida chioma di capelli castani, i cui boccoli scendevano dolcemente lungo i contorni del suo viso arricciandosi a spirale mano a mano che si dirigevano verso il basso. L’attaccatura alta dei capelli era compensata da un diadema che riprendeva il colore grigiastro dei suoi occhi, sul quale erano stati incisi motivi dalle forme floreali, e dove era incastonata esattamente al centro una pietra bianca modellata sulla figura di un rombo.<br />
Sarebbe stata una donna ancora più bella se il suo viso dal colorito pallido non fosse attraversato da diverse strisce scure che lo scendere ripetuto delle lacrime aveva scavato sulle sue guancie. Un contorno di filamenti rossi si espandeva verso l’iride e la pupilla dei suoi occhi, come se fosse infuocato.<br />
La donna la fissò. La punta delle sue sopracciglia si diressero verso l’alto, mentre altre gocce si andavano a formare sul bordo delle palpebre.<br />
<< Piango per la mia bambina. >> le rispose, tentando di accompagnare la frase con uno smorzato sorriso, che poco si addiceva al resto del volto. I bordi delle sue labbra premettero con forza contro la pelle del viso, mentre le lacrime aumentavano la loro dimensione accumulandosi sull’occhio.<br />
<< E’ morta? >> chiese.<br />
<< No. Ma non la vedrò più. Non…non la potrò vedere mai più. >> le parole che la donna pronunciava assumevano un tono sempre più acuto, e faticavano a non trasformarsi in mugolii spezzati. << Io lo sapevo. Me l’aveva detto. Lo so. Ero pronta…credevo di farcela…e invece… >> serrò le palpebre, e strinse i denti. << Non la vedrò più. Non la vedrò mai più. >><br />
<< Perché non la vedrà mai più? >> le domandò, sentendosi il viso un poco bagnato<br />
La donna, che aveva abbassato il capo e che si stava asciugando gli occhi sfregandoli forte con le mani, alzò il volto verso di lei.<br />
<< Perché me l’hanno portata via. >><br />
<< Dove? >><br />
<< In un posto che io non posso raggiungere. Lontano da me. Lontano dalle mie mani…dalla mia voce…la mia bambina... >> riprese a singhiozzare, affondando il viso contratto dalla smorfia tra le mani e la veste. << la mia bambina >><br />
In quel momento, sentì un brivido dentro di sé. Lentamente, rivolse i suoi occhi alle sue braccia ed alle sue mani, sollevandole per porle più vicino al viso. Stavano diventando trasparenti. E tremavano. Il suo viso scattò in direzione della donna piangente, mentre arretrava da lei senza rendersene conto. Le nuvole di fiato aumentarono di dimensione, come se intendessero avvolgerla nel loro abbraccio.<br />
<< La…mia…bambina…La culla. La culla è vuota. Non la vedrò più. La culla è fredda, non c’è più. >><br />
I suoi piedi arrivarono al bordo del lago, facendola fermare giusto in tempo. Si voltò. E sulla superficie dell’acqua si delineò un’immagine chiara, appena inframmezzata dalle increspature.<br />
Una culla. Vuota.<br />
<< LA MIA BAMBINA! >></p>
<p><< Uaaaaaaaaaa! >> si alzò di soprassalto, agitando i pugni a vuoto e senza un particolare scopo. Spalancò gli occhi e poggiò le mani contro il materasso prima di perdere l’equilibrio e fissò con il fiato corto ciò che le stava davanti. Una piccola libreria, un armadio, una finestra aperta, delle tende svolazzanti, qualche oggetto trasparente sparpagliato di qua e di là. Il solito casino, la solita stanza.<br />
<< Oh…un sogno…era un sogno >> si ripetè massaggiandosi le tempie. << Però sembrava vero. >> fece buttandosi all’indietro e affondando la testa nel cuscino. Rimase con le mani appoggiate sulla pancia ad osservare il soffitto bluastro della sua camera fino a quando lo spavento non le fu passato. << accidenti…mi è anche passato il sonno. >> sussurrò, rimettendosi a sedere sul letto. << Urgersi C-a-mo-m-i-l-l-a >> intonando la parola come fosse una filastrocca scese dal materasso e zigzagando fra il mondo caotico della sua stanza raggiunse la porta. Scese le scale in punta di piedi fino alla soglia della cucina. Si stupì di vedere una luce al suo interno ed aprì lentamente la porta.<br />
<< Oh, ciao Dely >> la salutò sua madre dai fornelli. Si sistemò un ciuffo di capelli che era sceso dalla treccia che si era fatta per la notte e raggiunse la figlia, che intanto si era seduta su una delle sedie attorno al piccolo tavolo. << Come mai questa incursione notturna? >> le chiese avvicinandosi.<br />
<< Non riesco a dormire. Ho fatto un sogno strano e mi sono svegliata di soprassalto >> disse coprendosi la bocca aperta in uno sbadiglio. << Puoi farmi una camomilla mamma? Altrimenti non dormo più lo sai >> aggiunse distendendo le braccia sul tavolo e poggiandoci sopra il viso.<br />
<< Ancora ti succede? >> le domandò scompigliandole scherzosamente i capelli. << Sei fortunata che la stavo facendo anche per me. >> aggiunse poggiando un’altra tazzina bianca sul tavolo. Si avvicinò ai fornelli e tolse dal fuoco la pentolina piena d’acqua calda, versandola tutta dentro alla teiera. Versò il contenuto giallo canarino della camomilla dentro alla coppia di tazzina per poi porgerne una alla figlia.<br />
<< Che sogno era? >> le chiese sedendosi al suo fianco<br />
<< Non saprei spiegarlo bene. Era un bosco credo…forse quello che c’è vicino a casa sai, Cima Argentea probabilmente. >> avvicinò le mani alla tazzina. Il calore della camomilla le fece tornare in mente un altro particolare. << Sembrava estate, però io avevo un freddo terribile! Ed era strano, tutto attorno era tranquillo mentre io tremavo come una foglia e il fiato mi si condensava subito! Dico poi, almeno avessi addosso il capottino che a quei tempi mi fece la nonna, quella con la pelliccia di orso che faceva caldo solo a vederla, la ricordi? No no, avevo solo una maglia bianca…come questa fa conto. >> spiegò indicando la maglia che le arrivava poco sopra le ginocchia. << Assurdo davvero. >> si fermò per sorseggiare un poco la bevanda. Sua madre la guardava divertita coprendo il sorriso con la tazzina. << Ah sì, c’era anche una strana donna nel mio sogno. Era davvero molto bella, però non ha mai smesso di piangere. Continuava a singhiozzare e a versare lacrime mentre diceva qualcosa a proposito di…mmm…cos’era…. della…della sua bambina sì >> mandò giù un altro sorso di camomilla, senza accorgersi di altro. Neanche che sua madre aveva smesso all’improvviso di bere, irrigidendosi. << poveretta, vederla così ha fatto piangere anche me. Poi è successo qualcos’altro che mi ha fatto svegliare, altrimenti ero ancora lì in quel bosco con lei a versare lacrime senza saperlo. Non ricordo però…uff, avrei potuto farle lo stesso compagnia e magari riuscire a strapparle un sorrisino e invece…magari adesso che mi riaddormento riesco a riaccaparla da qualche parte e questa volta vedrò di non spaventarmi! Neanche se mi capita davanti uno scaraburi a cavallo di un paguro! >> aldilà dell’assurdità che questa figura retorica aveva fatto nascere in lei, sua madre riuscì a malapena a rivolgere un sorriso alla figlia, mentre questa finiva tutt’un fiato il contenuto della tazzina e dopo averle dato un bacio sulla guancia si riavviava in tutta fretta verso la camera da letto. Tempo due secondi e la ragazza era tornata nel mondo dei sogni.<br />
Sua madre invece era ancora ferma. Dopo aver respirato a fondo si alzò, riponendo le due tazzine dentro al lavabo. Fece scendere un po’ d’acqua, quanto bastava per riempirle fino all’orlo e le lasciò lì. La debole luce della lampada ad olio si affievoliva sempre di più, fino a quando non si spense del tutto, facendo piombare la cucina nel buio. Sarebbe stato totale, se una luce più intensa di quella non stesse entrando dalla finestra lasciata socchiusa. I raggi lunari si posarono sulla superficie trasparente delle due tazzine, donandole un riflesso biancastro. Spostò lo sguardo dal lavabo a lei. Era piena questa notte. Sembrava ancora più grande del solito, e le stelle vicino a lei sfumavano nella luce generata da lei come se ne venissero divorate. Le sue dita si aggrapparono al bordo della finestra e i suoi occhi si rivolsero alla Luna.<br />
<< Così presto? >><br />
Il vento si alzò di poco, muovendo appena le chiome degli alberi.<br />
<< Se ne andrà via così presto? >></p>
<p><em>In un tempo lontano lontano, in una terra che oggi non esiste più,<br />
viveva un re con la sua bella regina.<br />
Era un regno prospero e felice<br />
la gente amava i suoi sovrani<br />
e nutriva nei loro confronti una devozione sincera.<br />
Dall’amore dei due sovrani<br />
Nacque una bellissima bambina<br />
La cui venuta portò felicità sincera sia nella famiglia reale<br />
Che nel popolo.<br />
Si dice che il nome della bambina fu scelto con cura dalla regina stessa<br />
La notte in cui ella venne alla luce.<br />
Significava Bambina della Luna.<br />
Non si seppe il perché di quella scelta.<br />
Solo la Regina lo conosceva.<br />
Ed ogni volta che pronunciava il nome della sua adorata figlia<br />
Sembrava volersi rammentare qualcosa.<br />
Come un monito che lei stessa si era imposta<br />
Ricordandosi una promessa fatta tempo addietro<br />
Per ricordarsi il consiglio che quella notte<br />
Riecheggiò in una stanza vuota</em></p>
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		<title>Viaggio verso casa</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 22:37:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;Rated: PG13 (non me ne vogliate, ma usando parolacce meglio andarci cauti)
Sommario: &#8220;Lontano, lontano, immerso in una nebbia soffice e impenetrabile, si erge e luccica come unico rifugio per chi in quella dimensione ci vive. Sì, forse altri ve ne sono, immersi tra quella coltre di fumo, ma alla fine è la voce che chiama.&#8221;
Personaggi: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[&nbsp;&nbsp;<div class="meta"></div><p><strong>Rated</strong>: PG13 (non me ne vogliate, ma usando parolacce meglio andarci cauti)<br />
<strong>Sommario</strong>: &#8220;Lontano, lontano, immerso in una nebbia soffice e impenetrabile, si erge e luccica come unico rifugio per chi in quella dimensione ci vive. Sì, forse altri ve ne sono, immersi tra quella coltre di fumo, ma alla fine è la voce che chiama.&#8221;<br />
<strong>Personaggi</strong>: OC - le summons di Munela<br />
<strong>Genere</strong>: Introspettivo<br />
<strong>Warnings</strong>: None<br />
<strong>Capitoli</strong>: 2 (in corso)<br />
<strong>Completo</strong>: no<br />
<strong>Commento</strong>: Questa è la prima produzione a più capitoli su cui ho l&#8217;obiettivo di conclusione, e soprattutto su cui ho una trama da poter raccontare. Ambientato nel mondo di Alexander, analizza alcuni eventi della storia principale dal punto di vista delle summons di Munela e della vita all&#8217;interno della fortezza degli spiriti.</p>
<p><span id="more-9"></span><br />
<strong>Capitolo 0 - Prologo</strong></p>
<p>Un palazzo forgiato col ghiaccio. Là, costruito in una dimensione in cui gli occhi di Gaya non possono accedere, se non provvisti di una dote che viene consegnata alla nascita. In mezzo a quell&#8217;universo custodito da incantesimi e oblio, si erge sfidando un cielo perennemente illuminato da una luce che sembra sole, ma che forse non è. C&#8217;è giorno come c&#8217;è notte, ci sono stelle e lune, ma se sia frutto di magia o arte della natura, questo non interessa a chi vi abita. I forestieri in effetti, rare volte hanno il dono di attraversare i cancelli e sostare nelle sue sale più di un battito di ciglia. Sarebbero loro gli unici a porre domande sulla natura che avvolge quei luoghi incantati. Ma come chiedere, loro che hanno appena il tempo di accorgersi di tale meraviglia. Anzi, alle volte scorgono a malapena un riflesso azzurro prima di esser costretti a richiudere gli occhi e tornare nel mondo in cui sono nati.<br />
Lontano, lontano, immerso in una nebbia soffice e impenetrabile, si erge e luccica come unico rifugio per chi in quella dimensione ci vive. Sì, forse altri ve ne sono, immersi tra quella coltre di fumo, ma alla fine è la voce che chiama.<br />
Tante cantano in queste lande deserte lambite solo dal vento, ma poi sta a chi le ode decidere dove dirigersi. Il tono, il timbro, l&#8217;essenza di chi chiama è quella che attrae nel castello. Anche se il padrone di esso può scorgere questa dimora se non pochi attimi, la sua voce è sempre presente. Aleggia in ogni angolo delle mura, ne riempie ogni punto, e risuona, risuona come melodia. Ed è questa flebile traccia a portare chi viaggia da solo per questi luoghi. Ci si affida a quella sensazione e ci si lascia trasportare da essa fino alla fonte. Forse si incontrerà un altro castello mentre si tenta di raggiungere il posto agognato, forse si potrà cadere in tentazione alla vista di un altro rifugio, più alla mano e vicino. Ma chi crede davvero in ciò che lo guida non cede a tali facili tentazioni e così avanza. E ricomincia quindi il viaggio verso una casa da cui si è divisi dalla nascita.</p>
<p>[continua ->]<br />
<!--more--><br />
<strong>Capitolo 1 - Il carillon</strong></p>
<p>Anche se sotto di essi c&#8217;era la terra, gli sembrava che gli arti venissero come inghiottiti dalle fauci apparentemente docili di quelle nubi. Li vedeva affondare in quel mare inconsistente di vapore da sempre, ma sembrava non riuscire a scrollarsi di dosso quella sensazione opprimente di prigionia. Ogni volta che muoveva un passo, vedeva i suoi piedi precipitare in quell&#8217;ammasso infinito di coltri nebulose, col terrore sempre vivo di non incontrare il suolo e di sprofondare in un vuoto senza ritorno. Aveva perso il conto dei giorni e delle ore in cui aveva vagato. Si era affidato alle stelle di notte, al sole durante il giorno per trovare un appiglio. Le lune si erano susseguite, le stelle avevano cambiato direzione, il sole continuava a tracciare semicerchi sopra di lui, ma la meta non si vedeva. A dire il vero, si ritrovò a pensare, non sapeva neanche dove dovesse andare per trovarla. Si lasciò cadere al&#8217;indietro, sentendo ben presto la pressione del suolo sotto il suo corpo, e immediatamente poggiò le mani per sostegno. Inclinò la schiena, e lo stesso fece fare al collo, portandolo all&#8217;indietro. In quella posizione, si permise di sospirare profondamente, osservando senza attenzione il cielo stellato sopra di lui. La Luna doveva ancora rinascere, perciò il cielo era tutto loro, delle stelle. Brillavano tranquille, senza la paura che il satellite potesse oscurare la loro bellezza.<br />
Non aveva voglia di sorreggere il suo peso ancora per molto. Passarono pochi secondi che si lasciò cadere senza ulteriori indugi al suolo, col la schiena appiattita contro quel terreno cieco, attorniato da nubi. Un altro sospiro e poi di nuovo silenzio. A volte si chiedeva cosa ci fosse di vivo in quel posto oltre a lui. Le stelle? No, sapeva che qualcuno di simile a lui aveva già calpestato quei luoghi, e si era fatto le stesse identiche domande. Ma chissà quanti anni&#8230;secoli lo dividevano dal passaggio di quel qualcuno simile a lui.<br />
< Eccomi...credo di essere arrivato al capolinea > disse, portandosi un mano sulla fronte per togliere quei ciuffi rossi e ribelli che si contrapponevano tra lui e la vista della volta celeste. < Fermate tutto, sono arrivato davvero allo stop > continuò a dire ad alta voce tenendo gli occhi chiusi, immaginandosi un probabile interlocutore con cui dialogare, ma presente solo nei suoi pensieri. Un altro sbuffo e i suoi occhi scarlatti tornarono a posarsi verso l&#8217;alto. Incontrarono la forma di carro disegnata dall&#8217;Orsa Maggiore, fino ad arrivare alla sua punta estrema, più brillante del resto della costellazione.<br />
< Se sempre lì tu...non ti sei spostata di un centimetro a quanto vedo. La cosa ti diverte vero? Tu....lì ferma, tranquilla e immobile...io qui, disgraziato e senza più orientamento a vagare e a guardarti tutte le sere come uno scemo di cavaliere guarda la sua dama. Mmpf > bloccò il suo scorrere di parole solo per un momento, quasi a soffocare una risata non felice < che cazzate sto dicendo ultimamente...sono proprio fuso > portò la sinistra dietro la nuca, mentre l&#8217;altro braccio si distendeva sul fianco. Non si stupì eccessivamente quando sentì sotto i polpastrelli la superficie liscia e un poco polverosa di un sasso. Era molto piccolo, un sassolino davvero. Stava senza sforzo tra l&#8217;indice e il medio, lasciando solo un lieve strato di polvere bianca tra le venature delle falangi. Lo alzò al cielo, osservandolo con un occhio attento mentre iniziava a giocherellarci. Le sue dita abituate e allenate con uno schiocco fecero volare verso l&#8217;alto il sassolino, preso dopo qualche secondo senza neanche la supervisione degli occhi tra il pollice e l&#8217;indice. Non guardò il sassolino neanche quando lo tirò con improvvisa forza verso il Carro Maggiore. Sperava in un angolo della sua mente di riuscire a centrare la stella di punta e beccandola in pieno di farla spegnere. Spegnere quel sorriso beffardo che ella aveva ogni sera quando volgeva il suo sguardo verso il basso e lo vedeva ancora in viaggio, ancora in un cammino senza tappa e senza riposo. Il sasso si elevò fin dove la sua mole fu in grado, e poi di nuovo verso il basso, descrivendo un arco, concludendo con un tonfo la sua perdita nel manto di nuvole che avvolgeva la terra. Ma non era che il primo di una lunga serie. Un altro ancora si posò tra le sue dita, e ancora un altro e ancora un altro. Dapprima con forza lieve, poi in un crescendo che era testo della rabbia accumulata, ormai prossima all&#8217;esasperazione. I lanci si fecero più frenetici e con intervalli più brevi. Col passare del tempo sembrava che il missile di terra dovesse finalmente riuscire a scalfire le lande celesti e ferirle, ma era un&#8217;illusione data solo agli occhi. Ed era anche questa convinzione a rendere il tutto più patetico e inutile a lui, che nonostante ciò continuava. Già altre sere si era ripromesso di piantarla con questa assurda usanza, ma sembrava che la sua mente avesse solo quella valvola di sfogo ormai. Se lo sentiva, se lo sentiva, era vicino alla pazzia, stava dando le ultime. Fu per grazia divina che finalmente quel carico di frustrazione riuscì a uscire dalla prigione di silenzi e lanci, tramutandosi in parole e infine in suoni lunghi e alti, grida che scuotevano finalmente quella landa muta.<br />
Si alzò in piedi in un attimo, dando a calci a qualunque cosa incontrasse, il sangue che sembrava voler uscire dalla arterie in cui pulsava.<br />
< Fanculo! fanculo...e FANCULO! ><br />
Ecco l&#8217;ultima imprecazione per poi lasciarsi appoggiare alle ginocchia, e chinare la schiena in avanti.<br />
< Dannazione! dannazione ....DANNAZIONE DANNAZIONE! Mi sono stufato! Mi avete sentito?! > rivolse il viso in alto, le sue pupille decisamente ristrette cercavano nel buio del cielo qualcuno da poter incolpare, creandoselo con le proprie mani. ><br />
<em>Non va bene.</em><br />
< Brutti stronzi...><br />
<em>Non va assolutamente bene.</em><br />
< Deficienti..cretini...ah...AHHHHHRGH! ><br />
Tutto ad un tratto si accasciò a terra, sfregando le ginocchia contro la terra secca e nuvolosa, curvando allo stesso tempo la schiena, e abbracciando con le mani le spalle. Spinse la fronte al suolo, continuando a rannicchiarsi nella posizione fetale come a voler cercare conforto, e per soffocare quelli che presto sarebbero divenuti singhiozzi.<br />
<em>Da quanto sono così? Da quanto diamine sto camminando?! Troppo, so solo che è troppo. &#8230;Idiota. Sono un&#8217;idiota. Uno scemo. L&#8217;avevano detto loro, l&#8217;avevano detto di non cercare. Ma che ci potevo fare?! Restare lì, in quel posto stretto e dimenticato? Restare lì a fare la bella statuina per sempre?! No, assolutamente no. La voce non c&#8217;era più, anzi, forse non c&#8217;era mai stata. Che senso aveva stare lì? Aspettare qualcuno che non sarebbe mai più arrivato? Aspettare una chiamata senza motivo? No che cazzo, no. Quella non era la mia casa, non avrebbe avuto senso restare già&#8230;ma quanto dista allora? Quanto è lontana ancora quella voce Dei?! sono stufo, STUFO DI ASPETTARE!</em><br />
Strinse con ancora più forza gli occhi, mentre le sue unghie gli graffiavano la pelle.</p>
<p>Era là, seduto sopra un letto dove la polvere aveva preso dimora, una gamba a penzoloni e una appoggiata al bordo. Nonostante i continui sbattimenti, quello strato di polvere non accennava ad andarsene. Si alzava in piccoli fili bianchi per poi ricadere lì dove era sempre stata.<br />
Faceva freddo. Il suo fiato si condensava non appena usciva dalla bocca o dal naso. Quell&#8217;aria calda così in evidenza, sembrava fosse già un segnale. La stessa casa, facendogli vedere il suo fiato, voleva fargli capire che era un estraneo. In quella casa i vivi non erano ammessi. Per questo solo a lui si condensava. va via pareva dicesse. Va via, elemento di disturbo. O diventa come me, o vattene via.<br />
< Sei ancora qui? ><br />
Si girò verso la porta aperta, e sulla soglia l&#8217;immagine di lei lo guardava.<br />
< Sì, sono ancora qui..ma non preoccuparti, presto non ci sarà la mia presenza che ti rovina il paesaggio > disse, e tornò a volgere gli occhi dall&#8217;altra parte, verso la finestra. Un sole stanco si accingeva a innalzarsi, a passi lenti e pesanti, verso lo zenit. Le nubi della terra e del cielo facevano da spettatori, senza agire, osservando la sua fatica quotidiana con indifferenza.<br />
< Non intendevo offenderti > disse, abbassando gli occhi e socchiudendoli.<br />
< Non sono offeso ><br />
< Sì...certo ><br />
Il suo viso pallido incontrava ai lati il raggi del disco solare, rendendolo ancora più spettrale. I capelli di un viola spento scendevano fino alle spalle, posandosi come morti su di esse. Fece un passo, ma nonostante le sue vesti si muovessero, i campanelli ad esso attaccati non trillarono neppure.<br />
< ...hai intenzione di cercare ancora? > chiese.<br />
Lui non rispose, continuando a porgere attenzione solo al paesaggio esterno.<br />
< Sai bene che se lo farai, non potrai più tornare indietro? ><br />
< Lo so benissimo > rispose secco.<br />
Lei chinò ancora una volta il capo, la bocca piegata in una curva rivolta verso il basso.<br />
< Mi dispiace sai...che questa...non sia la tua casa > si distanziò da lui, avvicinandosi allo specchio appeso alla parete, anch&#8217;esso vittima della polvere. Formava uno strato grigiastro sulla superficie, puntinato dalla luce del sole. Le ridava solo un&#8217;immagine sfuocata di lei, in cui i contorni si mischiavano tra loro. < .... mmpf > si portò la mano al viso per nascondere quella risata improvvisa. < in fondo mi stavo solo illudendo. Lo avevo capito al primo sguardo, che tu non saresti stato bene qui. Questo castello..e i tuoi occhi...sono fatti di una materia diversa. Vi respingete anzichè attrarvi. Non eri destinato a restare. >>> tornò il silenzio dopo la sua affermazione.<br />
Lui si mosse solo quanto gli fu necessario per vedere la sua schiena vestita vestita di bianco avvicinarsi ancora alla specchio, e la mano di lei poggiarsi sul muro di pietre fredde.<br />
< L'avevi già capito? ><br />
< Esatto...esatto sì. ><br />
Silenzio ancora.<br />
< Allora perchè non mi hai allontanato subito? Perchè mi avete accolto qui...nonostante questo? Non è forse contrario alle leggi servire la persona sbagliata? Perchè mi avete accolto qui...se sapevate che non era la mia dimora questa? > si alzò, facendo vibrare le assi di legno che sorreggevano il materasso. Dalla copertura di velluto bluastra si eressero altri fili di polvere, che poi si riposarono ancora sulle lenzuola.<br />
< Sai...credo che anche noi siamo preda dei difetti umani. Forse ti invidiavamo...ti volevamo...come noi. La tua energia che traspare dagli occhi, noi l'abbiamo persa. Non la vedevamo da anni. E quando sei giunto alle nostre porte e hai chiesto se eri giunto a casa...abbiamo visto che eri ciò che noi eravamo. E' stato bello rivedere quella fiamma. Così bello che non volevamo che andasse via di nuovo. Ti volevamo...come un giocattolo credo...o come un libro di immagini legate al passato, da sfogliare. Un pezzo raro. Vedevamo in te ciò che eravamo stati... > il tono adesso era mutato. Era diventato quasi incomprensibile a causa delle lacrime e dei singhiozzi. < Perdonaci. La tua luce...volevamo rubartela...mi dispiace... ><br />
Era un discorso che si aspettava già. Non ebbe dolore nel sentirlo pronunciare, o forse ancora doveva emergere da dove l&#8217;aveva rinchiuso. Solo una certezza lo accompagnava adesso: doveva andare via.<br />
I suoi piedi lo portarono però da un&#8217;altra parte, di fronte alla sua schiena tremante. In silenzio posò la mano sulla spalla sinistra di lei, la quale quasi ebbe un sussulto.<br />
< Che succede? > domandò lui, stupendosi egli stesso.<br />
Lei prima di rispondere trasformò per la seconda volta i suoi singhiozzi in risate leggere, portando le dita della destra sopra quelle del ragazzo, mentre il volto era ancora intento a fissare la sua immagine riflessa.<br />
< Sei caldo. ><br />
Rimase immobile a sentire il respiro di lui muovergli il petto. Senza neanche vederlo poteva immaginarsi le nuvolette tiepide di vapore uscirgli dalla bocca e svanire poi nell&#8217;aria ghiacciata di quel maniero dimenticato. Serrò le palpebre e socchiuse le labbra. Avrebbe desiderato che il tempo, onnipresente anche in quella dimensione, potesse per una volta fermarsi e lasciarle &#8220;tempo&#8221; per ricordare. Così nel cuore qualcosa sarebbe rimasto di quella fiamma calda che adesso tornava a cercare la sua casa. Forse la ascoltò, o forse no.<br />
La mano lentamente sforzò la presa fredda delle sue dita, chiedendo silenziosamente quello che per molto avevano tolto. Abbandonò la presa su quella mano calda che tornò a essere distante, lasciando dietro di sè solo un tepore che presto si sarebbe disperso.<br />
I rumori dei suoi piedi questa volta erano cari, stavano diventando sempre più lontani. Non si volse a guardarlo, e anche lui fece lo stesso.<br />
Un blocco. Le mani di lui si poggiarono allo stipite della porta, e il viso prima diretto al suolo si alzò. La coppia di occhi rossi come fiamma dicevano di andare. Che finalmente avrebbero potuto andare.<br />
< In ogni caso, grazie. > disse facendo alzare con un improvviso scatto il volto di lei, riflesso sullo specchio polveroso si accorse che la bocca era appena aperta per lo stupore. Veloce lei si girò verso l&#8217;uscio, ma lui era già sparito. Alcuni fili violetti caddero sul suo viso pallido quando si girò verso la finestra, avvicinandosi a essa con passo veloce. Poggiò le mani contro il vetro gelido, per vedere attraverso la sua superficie trasparente la sagoma rossa del ragazzo che correva rapida lontano, scavalcando il giardino secco che contornava il castello. Superò il fossato prosciugato e si tuffò in quel mare di nuvole che ne divorò l&#8217;immagine, portandola via dai suoi occhi. Sentì qualcosa di bagnato attraversarle la guancia. Svanì subito quando strofinò il dorso della mano sul viso.<br />
&#8230;ma cosa si trovò a pensare abbassando lentamente la mano e portandosela davanti agli occhi. La guardò spalancando le palpebre quando si accorse del piacevole colorito rosato che aveva sostituito quello cenere di prima.<br />
< A quanto vedo, se n'è andato > si intromise una voce maschile che la fece girare di scatto dietro. Si era seduto sul letto, facendo poggiare la sua chioma grigia e lucente sulla coperta blu scuro. < Era normale che accadesse prima o poi. Adesso la casa si quieterà. L'elemento di vita è andato via, ora questa ritorna ad essere...il castello dei morti. > Creava un contrasto notevole quella chioma, sia per colore che per viso. Nonostante il colore fosse sintomo di vecchiaia, per la prima volta dopo tanto tempo, lei si accorse di un particolare, sfuggitole in tutti quegli anni.<br />
< Te ne sei reso mai conto? > domandò lei, avendo come unica risposta un&#8217;occhiata interrogativa da parte di lui. < Il tuo viso > sussurrò, avvicinando il suo volto a quello dell&#8217;uomo < non è mai invecchiato ></p>
<p>Sbattè i pugni a terra leggermente insanguinati per i graffi di prima.<br />
< ANDATE TUTTI A CAGARE MI AVETE SENTITO?! MI AVETE SENTITO?! andate tutti a cagare! > rantolò l&#8217;ultima frase prima di stendersi questa volta a pancia in giù. Battè un pugno a terra ma poi si fermò, quasi si rendesse conto dell&#8217;inutilità di tutto. Era certo di essere giunto alla conclusione. Fine, the end, caput, termine. Aveva viaggiato, aveva rischiato così tanto&#8230;per niente.<br />
<em>Per niente?<br />
Quel canto che sentivo da bambino, quella ninna nanna accompagnata dal trillo di un carillon, era solo una mia fantasia? Era solo finzione quella speranza?! Era la MIA voce dannati, MIA e SOLO MIA! E voi me l&#8217;avete tolta con il sonno della morte lo so! mi avete tolto la casa dove tornare, mi avete tolto via la meta bastardi!</em><br />
Fu l&#8217;ultimo pensiero che formulò prima di cadere nel baratro della rabbia, dove i suoi occhi si fecero torce in quella notte buia. Ma prima che potesse scagliare al suolo la sua frustrazione, una tenue melodia riempì e soppresse il rumore del suo fiato. Febbrilmente alzò la testa davanti a sè, gli occhi spalancati e rossi diretti dove quel suono sembrava acquistare spessore. Con non poca difficoltà si eresse e prese a correre. I lacci neri che teneva al collo e ai polsi sventolavano a indicare la foga che dava ai suoi passi, tagliando come coltello quell&#8217;aria fattasi improvvisamente meno pesante. Se la ricordava quella canzone. Assomigliava tanto a quella che secoli or sono aveva udito lontano, sottile e quasi impercettibile tra le nubi di quel deserto. Che fosse giunto? Ed ecco in lontananza, ergersi contro quella volta che stava dando il passo al sole, un&#8217;ombra che grazie ai raggi del sole vedeva i suoi contorni farsi più nitidi. Alto e sottile sembrava non poggiasse neanche le sue fondamenta sulla terra. Infinite torri erano il contorno di quella più alta sopra cui sventolava una drappo color dell&#8217;oro. Acquietò la corsa, restando rapito da tale visione. Come unico sottofondo vi era solo la canzone dolce e limpida che aveva accompagnato la sua infanzia dedita alla sua ricerca. Non si era mai accorto di come fosse bello l&#8217;azzurro, di cui quelle mura erano dipinte.<br />
Na na na na na&#8230;na na na na&#8230;na naaa na na cantava la voce, ma anche se senza parole, lui era certo che se ne avesse avute, esse avrebbero potuto suonare come un : Bentornato a casa, bentornato, bentornato! Bentornato a casa!<br />
Questa volta non si sbagliava. Non era una meta temporanea, non era un castello fasullo o abbandonato. Era a casa. Era finalmente a casa. Si abbandonò al sonno che tanto aveva allontanato in quei giorni. Non riuscì a vincere la tentazione del dormire, nonostante la paura che quello fosse solo un bel sogno. Aprì ancora le palpebre verso l&#8217;alto un&#8217;ultima volta prima di soccombere alle dolce braccia del sonno. E quel castello era lì, quasi a volerlo tranquillizzare che non sarebbe fuggito ancora una volta da lui.<br />
No, no. Era tornato. Tornato.</p>
<p>Una figura la cui aura celeste avvolgeva il suo stesso corpo osservava la scena dall&#8217;alto di una delle torri, tenendo le mani incrociate sul petto e le spalle poggiate sul bordo della finestra.<br />
< Tu guarda...un novellino. > disse con una smorfia di stanchezza sul viso. Sbuffando appena si diede una spintarella in avanti, portandosi poi la lunga chioma celeste e cristallina dietro al collo con un cenno secco del capo. < Ho paura che presto questa oasi di pace sarà più affollata di una città umana...uff mi viene mal di testa solo a pensarci >. disse la donna, portandosi già una mano sulla fronte mentre cominciava a scendere senza voglia gli scalini che l&#8217;avrebbero portata al piano terra. < Spero solo che non la sua lingua possa essere tenuta a freno con metodi meno brutali >.</p>
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