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Jan 30
  

Piccolismo
Ogni tanto vado in giro per siti. Sapete, quei siti che si offrono come vetrina agli esordienti scrittori per renderli, appunto, visibili. Ottima idea, in sé. E funzionante, pure, dato che una “professionale” come me ci va a curiosare. Così scorro qualche testo, animata da una flebile speranza… ed è allora che, diretta come un pugno in un occhio, mi colpisce l’assoluta vanità di quelle proposte. Non voglio neanche parlare degli intimisti, di quelli che vogliono scrivere l’Opera Letteraria. Parlo invece di quelli che si confrontano con i modelli narrativi più popolari e comuni (giallo, noir, rosa…) C’è un piccolismo (lo so, non esiste, ma rende l’idea) in quei testi che davvero mi turba. Come se, per dire, Georges Simenon, Dashiell Hammett e Barbara Cartland fossero sì famosi, ma per qualcosa che non ha nulla a che vedere con la pagina scritta. Come se qualcuno sostenesse di essere appassionato di montagna e, senza aver mai neppure visto di persona le Dolomiti, fosse sicuro di poter scalare l’Everest. Da zero a ottomila, insomma.
Poi mi fermo a riflettere e mi rendo conto che un unico filo unisce tutti quei testi: il desiderio, l’impulso, la voglia, la necessità di parlare di se stessi, però soltanto per proiettarsi in vicende misteriose o esaltanti, per sentirsi finalmente protagonisti di qualcosa, per dare un senso più “movimentato” alla propria normalissima esistenza. Ed è la cosa che mi rattrista di più.
~ SecondoPiano - 17/04/08 - http://secondopiano.altervista.org

Ha ragione, ma per fortuna i miei personaggi di me hanno poco (altrimenti sai che noia). Più che vedere me stessa in una di quelle avventure (magari) il divertimento sta nel pensarle animate e vive davanti a me, non solo nella mia testa. Fare soldi con uno scritto è impossibile, però arrivare a spendere tempo e forze in un manoscritto ti fa venire voglia che qualcuno lo legga. Chi dice di no son pochi. Alla domanda “chi te lo fa fare?”, è vero che nessuno mi obbliga a scrivere, ma è anche vero che nessuno mi impedisce di farlo.
Se poi io non ho capacità, quello me lo devono dire altri che mi leggono, l’autocritica o l’umiltà arrivano fino a un certo punto. Sono loro che mi devono dire se la storia ha un potenziale, perchè oltre ad avere un punto di vista esterno hanno più esperienza di me. Ci si lavora su con un editor che ti vuole dedicare tempo (cosa non facile, c’è poco personale e poco tempo) e insieme si riesce a mettere su un libro con un capo e una coda, che poggia su fondamenta più solide della sabbia del “perchè sì”.
Tanto per fare soldi da viverci con un libro, le opzioni sono due:

a) diventi il nuovo King/Larsson/Brown (non me ne vogliano i fans dei primi due, ho preso i primi bestseller che mi son venuti in testa) e ogni libro che fai uscire attira stuoli di lettori;
b) scrivi più cose all’anno, libri, storia conclusive, a puntate, lavori come sceneggiatore (valido esempio è l’autore di “The Dresden Files”, Jim Butcher, che porta avanti due serie contemporaneamente, e bene.).

Se non rientri in a o in b, scrivere diventa un plus. Questo plus cosa è? Soldi (pochi) e soddisfazione (molta, per me), con un’abbondante spruzzata di vanità riassumibile in “Ho pubblicato un libro!”. La cui risposta potrebbe essere “I calciatori e Moccia ti battono in incasso”. E’ un plus che a me piacerebbe tanto, ma di certo non ci vivo, per quello c’è il lavoro stipendiato. Basta esserne coscienti, non credere di possedere il nuovo classico della letteratura e di farci i soldi sopra. Sarebbe bello, ma al 90% dei casi non è mai così.

Jan 29
  
Mood : melancholymelancholy
Music : Love is a mystery - Ludovico Einaudi
Tv : mIrc e Youtube

Mi è capitato, per esperienza personale e altrui, che finita la scuola superiore, quando devi scegliere la tua futura università, moltissimi si mettono a studiare materie che la scuola appena frequentata metteva in secondo piano. Io uscita dallo scientifico sono andata a fare accademia d’arte. Chi esce da lingue, poi va a economia. Chi esce da ragioneria, si butta sulle lingue. Fermo restando che ci sono persone che seguono il percorso già intrapreso alle superiori, è una tendenza che ieri mi ha fatto pensare.
Il mio diploma laurea è di Nuove Tecnologie per l’Arte, Progettazione Grafica. Se ne dedurrebbe che io veda nella tecnologia, che giusto ieri ha portato alla presentazione stile Simba da “Il Re Leone” della tavoletta di (Mosè?) Jobs, iPad, il bene supremo. Il fine ultimo, la soluzione a tutti i problemi, il “tutto impalpabile e digitale”, la fighezza del virtuale. Indubbiamente io adoro il PC (l’Apple meno), è la fonte di fancazzeggio primaria in questa fase della mia vita e allo stesso tempo la piattaforma di lavoro su cui opero. Senza Internet mi sento tagliata fuori dal mondo, anche se non devo comunicare nulla, tanto meno di utile. Mi piace perdere tempo “surfando” nella rete, vorrei avere costantemente aggiornamenti da leggere e siti da controllare.
Poi mi prendono quei cinque minuti di isolamento (leggasi, luna storta per altri motivi o birra) e penso a un futuro in cui tutto è digitale, a come la tecnologia ebook sia il futuro, mi visualizzo in un film sci-fi in cui il computer è un’entità talmente presente che ti domandi se tu stesso sei un programma o se hai effettivamente una corporalità, una vita, se esisti aldifuori della tua camera da letto o se perfino quando dormi il desktop del tuo ufficio è collegato al tuo cervello tramite un chip e il tuo datore può vedere se ti fai un sogno erotico in cui è coivolto il tuo segretario. O rido, o mi incazzo come una bestia.
Mi basta guardare gli album che abbiamo in casa per notare come non ci siano più fotografie materiali dall’avvento della macchinetta digitale. Perchè stamparle? Sono comodamente sul PC. Mille fotografie, perchè la memory card ne può tenere ben oltre le 36 dei vecchi rullini. E poi, chi le guarda? Nessuno. Sono nel PC, o in un CD, o in futuro in qualche dispositivo virtuale che ti bastera “touchare” perchè te le mostri a tutto schermo. Poi arriva un format e via tutto. O si rovina il supporto. Poi non ti ricordi più di averle e spariscono.
Impalpabile, bello, non sporca, brillante, comodo, leggero. Il digitale è il futuro. Tutto è di tutti, tutto è appiattito senza più gerarchia di importanza, la tua camera diventa il mondo.

Intorno a noi si vedono i segni di una crescente mobilità accompagnata dalla miniaturizzazione degli strumenti di comunicazione: telefoni mobili e organizer elettronici, pager e laptop, telefoni e orologi connessi a Internet, Gameboy e altri videogiochi portatili. Alla fine l’apparato della realtà virtuale si ridurrà a un chip impiantato nella retina e connesso via etere alla Rete. da quel momento porteremo con noi la nostra prigione, non per confondere allegramente le rappresentazioni e le percezioni (come nel cinema), ma per essere sempre in “contatto”, sempre connessi, sempre “collegati”. La retina e lo schermo finiranno per fondersi.
~ Lev Manovich, “Il linguaggio dei nuovi media”, ed. Olivares, 2004

Più penso a come e dove vorrei vivere in futuro e più concretizzo nella mia testa una casetta in montagna, a due passi da una prato e un bosco, magari con un sentiero di quelli segnati in rosso, da passeggiata. Una famiglia nel migliore dei casi, altrimenti un bel Husky a farmi compagnia, col lavoro di illustratrice e (magari) scrittrice, con la tecnologia che ho ora e con tanti libri in casa. E’ proprio vero, a me la tecnologia piace fino a un certo punto. Sono partita da nuove tecnologie e finisco in mezzo alla natura. Sono una vecchia.

Jan 7
  

Titolo alternativo: “L’importanza di usare il mixer”

Buon anno a tutti per chi passa per di qua! Io sono ancora viva e cercherò di esserlo in abbondanza fino alla fine di Febbraio quando, forse e spero sia un forse sì, riuscirò a levarmi di torno le due estetiche e la tesi. Fondamentalmente non c’è nulla di nuovo, tranne il numero della data. Complici i problemi legati all’università per me l’anno nuovo comincerà (forse) alla fine di questa rocambolesca corsa, che spero abbia un finale positivo.

Parlando di cinema, ho potuto assistere per ben due volte al nuovo film Disney, cosa di cui vado fiera. Se la prima visione è stata paragonabile a quella di una bambina a cui si vede ridato il suo giocattolo preferito dopo mesi, la seconda ho cercato di focalizzarla sull’insieme, sui poveri sfondi a cui non viene mai data l’attenzione che meritano (parlo per me) se non dal punto di vista corale dell’inquadratura. Sulle musiche, per la prima parte del film non mi hanno entusiasmato molto, sarà che il jazz si sposa meglio con situazioni più accese che non nel presentare il sogno della protagonista sul suo ristorante. In compenso l’idea di animare la sequenza onirica con disegni ispirati ai manifesti l’ho gradita moltissimo. Un po’ troppo giallo negli sfondi e oggetti, ma Tiana risaltava che era una meraviglia. La voce italiana per la parte canora credo sia inferiore a quella originale, non perchè abbia sentito le canzoni in inglese, ma a pelle è l’impressione che mi ha dato; infatti l’acuto usato nel tema della anziana strega sta bene, ma per le altre è troppo bassa. Splendida invece la voce del principe, e il doppiaggio lo stesso. La sequenza migliore? Una è molto breve, il flashback di Louis sul suo tentativo fallito di suonare in un battello, con l’inquadratura lontana di lui che fugge e a cui sparano addosso, sempre fissa, ho riso in modo imbarazzante. L’altra è l’incontro coi cacciatori di rane, tutta la sala non smetteva di lollare. Che belle cose ;_;
Poco terrorizzante, forse perchè molto colorata, le scene su Facilier e i suoi “amici” dell’Aldilà, ma forse il fatto di avere 23 anni si fa sentire sul piano dell’impressionabilità. Dovrei chiedere a un bambino se ricorderà quelle sequenze con paura oppure no. L’uso di tonalità così accese (anche se prevaleva il verde) probabilmente viene da una ricerca sul vodoo, una cultura decisamente fuori mano da quelle a cui siamo abituati, dove il terrore si fa tramite immagini meno giocose. E’ pure vero che la sequenza degli spettri di “Taron e la pentola magica” era virata al verde, e lo è pure la trasformazione di Malefica o quella di Ursula o di Grimilde, ma c’era anche una pesante presenza di nero e blu. Mm, mi rincresce di non aver frequentato il corso che parlava di colori e forme X’) La trama è divertente, i personaggi pure (Naveen è gnoccone gh), le musiche hanno il loro picco durante il viaggio nella palude e il confronto finale fra Tiana e Facilier è degno di Kon. Anche se il mio rettore afferma che Peter Pan faceva di questo il tema portante del film, è la prima volta che vedo un’immersione totale del personaggio principale in quella che è una dolce illusione in una produzione Disney. L’ho visto due volte e me ne vanto, se avete occasione fatelo pure voi.

Tanta malinconia invece per Aria ;_; è davvero finito, e ne sento la mancanza. Visto che per terminare la pubblicazione hanno dovuto unire due volumi in uno, non c’è speranza che pubblichino qui Amanchu vero? Mestizia, mi dicono che merita perifno di più. Limitarsi alle scan è dura, ma in mancanza di meglio… Ci si consola con i manwua e con Fables, di cui finalmente sono riuscita a trovare Dark Reign! Se domani ho occasione vedrò di fare un giro alla Supergulp di Mestre, per vedere se l’ultimo è arrivato anche in Veneto. Ne dubito, ma tanto non avrò treni per casa per un bel po’. E datemi l’artbook di Aria.

Ed ecco qui invece,la mia ultima spesa grossa del 2009, alla fine ho ceduto.

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Sono bellissimi assieme e voglio anche gli altri, sob. Probabile che non li faranno, se per lo stesso FFVIII si sono limitati nel numero. Magari potrei sperare in un Kuja di Dissidia, se nel frattempo non si fossilizzano a creare action figures di FFXIII o del sempreverde FFVII. Che poi, ci scappasse una Aeris figa sarei pure tentata. Ma lo spazio in più è già terminato, mi terrò la voglia ;^;

Di recente mi stuzzica l’idea di dare una parvenza di utilità a questo blog aldilà del parlare dei fatti miei, ma conoscendomi…ne riparlerò a Marzo, quando spero di avere una vita più serena e più tempo per scrivere (bene) di argomenti di interesse generale. E devo fare il post a Villnore, tra le varie cose. Sarà lungherrimo ;o;

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