Oggi, dopo un mese di puro fancazzeggio/pare scrittorie, mi sono messa con il libro di estetica davanti che avevo provato ad aprire già a fine Settembre, finiti gli esami. Non mi stupisco di averlo chiuso subito quel giorno e di aver detto “vabbè, domani”. Leggere oggi quelle pagine mi ha fatto comprendere due cose, slegate fra di loro e che quindi affronterò in due paragrafi diversi.
1) L’estetica è una materia infarcita di termini che a loro volta occupano due pagine di enciclopedia e che quando arrivi alla fine non hai capito cosa hai letto. Era quella parte di filosofia che la nostra professoressa (che era decisamente brava) ci faceva spesso saltare perchè tanto non serviva a niente. Concordo, ora come ora, discutere su temi d’arte, di tecnica, di bello, è inutile. Dal mio punto di vista di probabile sempliciotta ed ignorante, il tema di cui vale la pena parlare e in caso imbastire una guerra dialettica sopra è unicamente l’etica, che implica l’aver capito almeno le basi della filosofia per poterne discutere. Le altre branche sono uno spreco di carta, in tutti i sensi. Disquisire su argomenti teologici può essere divertente una sera che hai bevuto una birra e ti senti particolarmente logorroico. Ma filosofia della linguistica, della matematica, e di tutte le cugine che hanno è una perdita di tempo. Parlare di arte, pure. Durante i secoli, l’arte aveva mantenuto un suo campo di azione limitato dalle cosidette “belle arti”, le classiche pittura, scultura, architettura successivamente grafica d’arte. Oggi se decidi di spendere 12 euro per andare a una mostra di arte contemporanea scopri che arte è qualunque cosa. Come ci sono le idee simpatiche o geniali o che mischiano i media, c’è chi prende una mucca, la squarta e la mette sotto vetro come chi prende una matita, traccia due linee su una tela (o la taglia) e la appende. Dove è finito il bello tanto elogiato dall’estetica? Nel cesso, credo. E hanno pure tirato lo sciacquone. O peggio, ciò che vediamo alle mostre è risultato dell’evoluzione del pensiero estetico, in sostanza “tutto e niente sono entrambi meritevoli di attenzione”.
La mia idea è che è il critico che ti fa l’artista, non viceversa, ormai.
Mi sono messa a leggere e sottolineare le prime 10 facciate di uno dei libri che devo portare all’esame e il risultato è stato un’accozzaglia indefinita di congetture e termini, oltre che un gran mal di testa. Ho letto ad alta voce un passaggio svariate volte, per cercare di capire cosa l’autore volesse trasmettermi o in alternativa impararlo a memoria (idea accantonata, vista la quantità di nozioni da sapere).
E’ troppo facile aprire la bocca e riversare parole come un treno in corsa non si sa dove, tanto parli di aria fritta! Di concetti di bello che sono soggettivi, ma anche oggettivi, singoli, ma anche molteplici! Insomma, è uno ma è anche due, è bello come parlando di quanlcosa di non tangibile si possano sparare le peggiori affermazioni mai pensate.
Liberi di chiedermi se sia di vedute ristrette io, ma parlare di arte e di Dio è bello quando sei al pub, non quando sei sobrio e costretto a capire i pensieri di gente morta che poteva tenersi per sè le proprie rivelazioni filosofiche, che si vede quanto siano state utili.
In sostanza, non ci sto capendo un cazzo ed elemosinerò un 18 ad entrambi gli esami. Vi lascio con un esempio estratto da “I nomi dell’estetica” di E.Franzini e M. Mazzocut-Mis, edito Bruno Mondadori, 2003.
Il bello è allora inserito in un contesto complesso, al tempo stesso soggettivo, formale, naturalistico, teleologico, morale, linguistico, artistico e geniale. Si presenta dunque non come un territorio autonomo e autosufficiente, ma come uno “spazio soggettivo” in cui liberamente si esercita la capacità di giudicare dei soggetti, funzione che ne rivela su un piano critico il carattere simbolico e l’irriducibile specificità antropologica.
2) Ebook e libro. Andando sul blog di Lara oggi si parlava di sconti, libri al supermercato e politici che non han di meglio da fare se non sindacare su argomenti a caso. Aldilà della discussione in sè, che chi è interessato può seguire e commentare, non mi è andata giù la posizione di molti sul libro virtuale. Sì, figo, puoi avere tutti i libri che vuoi dentro un palmare, pesa niente, non sprechi carta, salvi l’ambiente, salvi il mondo libero degli autori che così possono farsi leggere ovunque senza passare per le case editrici etc etc. Ora hanno fatto i supporti nuovi che non danno fastidio agli occhi e puoi perfino sottolineare (!) prendere appunti con la pennetta, e via così.
Si vede che sono vecchia dentro, a me tutto questo non piace un accidenti. E’ verissimo che non essendo abituata a studiare su supporti diversi dalla carta io trovi difficoltoso e improponibile la sola idea di affrontare testi in 2D e che le generazioni future non avranno questo ostacolo. Ma a noi, in accademia, hanno inculcato in testa che PRIMA di mettersi al pc a cincionare col pacchetto Adobe devi lavorare con le mani, crearti schizzi, provini, avere il contatto con la carta e la sensazione che dà, e vedere che i brillanti colori dello schermo una volta stampati non erano ciò che pensavi. Quando prendo un libro in mano e sento le pagine tra le dita avverto la presenza fisica della storia e del mondo che l’autore/trice cerca di farmi passare. Mi piace avere gli scaffali pieni di libri, mi piace portarmeli appresso, sottolinearli con la matita, scarabocchiare quelli di scuola e se cerco una parte che mi interessava non la copio e incollo n un txt del supporto ebook, apro la pagina dove “mi ricordo che c’era il passaggio”. Questa mancanza di fisicità mi preoccupa, questo eden perduto che tutti declamo essere il libro virtuale a me non entusiasma così tanto. Certo che renderà le cose migliori, ed è molto probabile che tra qualche anno li userò anche io. Ma quando arrivo a casa non mi va di vederla vuota di carta e per leggere qualcosa io debba sfogliare l’archivio virtuale. Che diamine, sarò davanti agli schermi per il 90% del mio tempo, non lo voglio anche qui X°D
Per carità, sarebbe stato divertente vedere un bimbomikia che leggeva HP e sul più bello (?) gli si scaricano le batterie dell’ebook :°D
Non voglio urlare al “retrograda”, è che su certe cose preferisco tenermi ciò che già ho. Indubbiamente porterà una ventata di aria fresca e forse l’editoria italiana comincerà a non mettermi un libro a 16 euro che neanche un brossurato alla Sky Doll… E’ che la vedo come per la musica coi cd. Li producono ancora, certo, ma chi li compra ormai? Tanto è tutto su internet (gratis magari).
Vabbè, a me basta che i libri ci siano anche per chi verrà dopo di me. Sullo spreco di carta ho idee migliori eh: non stampate Moccia, Meyer e compagnia, quelli vanno benissimo in digitale! Davvero!