Piccolismo
Ogni tanto vado in giro per siti. Sapete, quei siti che si offrono come vetrina agli esordienti scrittori per renderli, appunto, visibili. Ottima idea, in sé. E funzionante, pure, dato che una “professionale” come me ci va a curiosare. Così scorro qualche testo, animata da una flebile speranza… ed è allora che, diretta come un pugno in un occhio, mi colpisce l’assoluta vanità di quelle proposte. Non voglio neanche parlare degli intimisti, di quelli che vogliono scrivere l’Opera Letteraria. Parlo invece di quelli che si confrontano con i modelli narrativi più popolari e comuni (giallo, noir, rosa…) C’è un piccolismo (lo so, non esiste, ma rende l’idea) in quei testi che davvero mi turba. Come se, per dire, Georges Simenon, Dashiell Hammett e Barbara Cartland fossero sì famosi, ma per qualcosa che non ha nulla a che vedere con la pagina scritta. Come se qualcuno sostenesse di essere appassionato di montagna e, senza aver mai neppure visto di persona le Dolomiti, fosse sicuro di poter scalare l’Everest. Da zero a ottomila, insomma.
Poi mi fermo a riflettere e mi rendo conto che un unico filo unisce tutti quei testi: il desiderio, l’impulso, la voglia, la necessità di parlare di se stessi, però soltanto per proiettarsi in vicende misteriose o esaltanti, per sentirsi finalmente protagonisti di qualcosa, per dare un senso più “movimentato” alla propria normalissima esistenza. Ed è la cosa che mi rattrista di più.
~ SecondoPiano - 17/04/08 - http://secondopiano.altervista.org
Ha ragione, ma per fortuna i miei personaggi di me hanno poco (altrimenti sai che noia). Più che vedere me stessa in una di quelle avventure (magari) il divertimento sta nel pensarle animate e vive davanti a me, non solo nella mia testa. Fare soldi con uno scritto è impossibile, però arrivare a spendere tempo e forze in un manoscritto ti fa venire voglia che qualcuno lo legga. Chi dice di no son pochi. Alla domanda “chi te lo fa fare?”, è vero che nessuno mi obbliga a scrivere, ma è anche vero che nessuno mi impedisce di farlo.
Se poi io non ho capacità, quello me lo devono dire altri che mi leggono, l’autocritica o l’umiltà arrivano fino a un certo punto. Sono loro che mi devono dire se la storia ha un potenziale, perchè oltre ad avere un punto di vista esterno hanno più esperienza di me. Ci si lavora su con un editor che ti vuole dedicare tempo (cosa non facile, c’è poco personale e poco tempo) e insieme si riesce a mettere su un libro con un capo e una coda, che poggia su fondamenta più solide della sabbia del “perchè sì”.
Tanto per fare soldi da viverci con un libro, le opzioni sono due:
a) diventi il nuovo King/Larsson/Brown (non me ne vogliano i fans dei primi due, ho preso i primi bestseller che mi son venuti in testa) e ogni libro che fai uscire attira stuoli di lettori;
b) scrivi più cose all’anno, libri, storia conclusive, a puntate, lavori come sceneggiatore (valido esempio è l’autore di “The Dresden Files”, Jim Butcher, che porta avanti due serie contemporaneamente, e bene.).
Se non rientri in a o in b, scrivere diventa un plus. Questo plus cosa è? Soldi (pochi) e soddisfazione (molta, per me), con un’abbondante spruzzata di vanità riassumibile in “Ho pubblicato un libro!”. La cui risposta potrebbe essere “I calciatori e Moccia ti battono in incasso”. E’ un plus che a me piacerebbe tanto, ma di certo non ci vivo, per quello c’è il lavoro stipendiato. Basta esserne coscienti, non credere di possedere il nuovo classico della letteratura e di farci i soldi sopra. Sarebbe bello, ma al 90% dei casi non è mai così.
melancholy


cynical
bouncy
anxious



->
working
nauseated